Sono 151 (nel 2009, qui furono 190, ma tutto cominciò in Messico) le vittime in Rajasthan per influenza suina, ma non mi sembra che se ne parli molto dalle nostre parti, forse rispetto al miliardo e passa di indiani, poche decine di morti sono considerate insignificanti, oppure dopo l’inutile acquisto di milioni di vaccini dell’ultima volta si è titubanti a dover lanciare un allarme. A quel che ricordo, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, all’epoca, dichiarò una pandemia e scatenò una inconcludente corsa al vaccino, in cui l’allora Ministro (Fazio) della salute si distinse per una campagna il cui testimonial era Topo Gigio. Considerazioni da Jaipur, mentre aspetto Sachin, il capo infermiere che ci porterà in due slum per vedere come procede il lavoro delle “scuoline sotto l’albero” come le ha battezzate Ella.

Per strada ci informiamo “No swine, no dengui, some malaria only”, non è per fare gli eroi, e nemmeno per metterci le mascherine come fanno i giapponesi in gruppo, ma solo conoscere il livello di salute dei bambini delle bidonville. Anche se ci sei già stato l’impatto è sempre forte, ma quando entri nella scuolina, in cui sono accovacciati bambine e bambini dai 3-4 anni ai 13, tutto cambia. Una tilak (un bollo rosso impresso sulla fronte e un chicco di riso) all’ingresso e attraversi la porta del tempo, perché la distanza fra le baracche che circondano la piccola aula che raccoglie 80 scolari è abissale, gli abitanti sono in buona parte analfabeti. Tre ore di lezione ogni giorno: Hindi, matematica e inglese. Imparare a leggere e scrivere nella propria lingua, imparare a fare di conto e un po’ di inglese, come sarebbe piaciuto a Don Milani. Niente tre I, ma qualche cosa che si realizza per davvero.

I bambini sono vestiti o svestiti in ogni modo, ci sono ragazze con il fratellino in braccio e mentre il capo infermiere in un angolo della classe distribuisce i medicinali, dall’altra le due maestre seguono la classe nei suoi livelli differenziati. Gli occhi e i volti, sono quelli dei bambini poveri di tutto il mondo. Poveri non poverissimi, perché questi, obbligati dalle famiglie, in buona parte lavorano. Qualche tappeto copre il pavimento in terra, ma la grande novità sono le pareti in mattoni, che fanno pensare che la scuola continuerà anche nei prossimi anni. La continuazione delle attività infatti, dipende fondamentalmente da due fattori. Uno, che non si decida di sbaraccare queste bidonville per fare posto a qualche costruzione, due che le famiglie decidano di continuare a mandarci i figli, senza costringerli al lavoro full-time. Come fare a capire se le cose stanno migliorando? “Games” è la parola chiave, quando chiediamo a Sachim a che cosa dovrà provvedere Vivere con lentezza per il prossimo anno, oltre ai medicinali, alle mutande e ai cerotti, ci chiede dei giochi, non giocattoli, qualche cosa che li faccia continuare a stare in gruppo divertendosi all’aperto o al chiuso, senza tornare alle baracche. Quando si pensa che i bambini debbano poter giocare, allora le cose stanno migliorando, un po’, e anche se la scuola ha i muri in mattoni, continuerà a chiamarsi scuolina sotto l’albero.