Sarà stato ottobre 2009, mi suona il telefono, sento una voce che dice “Sei Fogliazza?” ed io “Sì son Fogliazza, però…” ma lui “Anch’io son Fogliazza… ma… siam parenti, Fogliazzino? Vieni a trovarmi Fogliazzino”. Ha 90 anni, scrive mail, invece di chiocciola dice lunetta, è Enrico ‘Kiro’ Fogliazza e a me non piace parlare al passato. Perchè non esistono storie del passato, esistono geografie del tempo nelle quali collocare fatti accaduti, ma fin quando quelle storie avranno ripercussioni sul nostro presente il passato non esiste, poiché l’attualità rende immortale tutto ciò che merita essere ricordato. Come Enrico Fogliazza, nome di battaglia Kiro. Sono stato nella sua Cremona in più occasioni per incontrarlo, l’ultima non ci sono riuscito, eppure gliel’avevo promesso.

Mi ha raccontato di quella volta, quella del ’43. Chissà quante volte s’è fermato quella mattina… Mi ha detto che piangeva e ogni volta si guardava indietro. Poi guardava avanti, poi si guardava indietro. Diceva che a casa c’era la famiglia, la moglie, la figlia, il lavoro sicuro… poi si guardava avanti e piangeva pensando che lasciava tutto… per una cosa che si chiamava Resistenza.

“Se ti chiedono dove vai tu rispondi che vai a trovare la morosa che fa la mondina in Piemonte… questo gli avevano detto e intanto si ferma ancora, guarda indietro, pensa a sua figlia… nella notte ha pure immaginato che decidesse lei, la piccola, se doveva partire o meno “se si sveglia anche stanotte e piange vado, altrimenti vuol dire che resto”. Da Castelleone alla stazione di Cremona in bicicletta hai il tempo che vuoi per piangere, ma anche la guerra e il fascismo che ti spingono come un forcone per fare qualcosa.

Kiro… in bici come una staffetta, quella mattina ha fatto la pedalata più dura della sua vita per arrivare in stazione: da Castelleone a Cremona, una fatica del diavolo, quei trenta km che sembrano tutti in salita.  Scherzavo con lui: merito di una donna se ha fatto il partigiano, arrivando su a Col del Lys, merito di Rosalba, che aveva solo 20 mesi, ma aveva già compreso che il papà sarebbe stato un grande partigiano. E lo svegliò, piangendo.

Avevo promesso che sarei tornato a trovarlo. Non ho fatto in tempo, non sono stato capace di trovarlo, quel tempo. Mi rimane raccontarlo, solo così non lo lascio andare, lo trattengo, lo smetto di morire. Avrebbe compiuto 93 anni. Ora 93 per sempre.
Me lo ricordo come un contadino della vita: accarezza la terra sulla quale viviamo facendo germogliare la memoria, insegnandoci a coltivarla.