Lo stridìo dei freni accompagnò lentamente le morbide e leggere scosse di avvicinamento del treno, la Freccia del Sud, al binario predestinato per il suo arrivo. La porta della carrozza 9 venne aperta dal solito passeggero, impegnato cronometricamente nella sfida contro il divieto leggibile all’interno, che impone di non aprire la portiera prima che il treno si sia fermato. Il respiro, la voce della stazione di Roma Termini, un misto di ferraglia, urla, passi veloci, litigi con il personale dei Wagons-lits, acuti trilli vomitatidai piccoli fischietti argentati dei capi stazione, entrò prepotentemente nella carrozza, schiaffeggiando il mio viso intorpidito da una notte insonne nella mia cuccetta, insieme alla notizia, velocemente carpita da uno fulmineo sguardoal titolo a caratteri cubitali che sovrastava la prima pagina di un giornaleaperto nella mani di un passeggero frettoloso.

“UCCISO FALCONE”. Rimasi per un istante sospeso sul predellino della carrozza fino a quando una spinta del compagno di viaggio che mi seguiva mi fece letteralmente precipitare sulla banchina con ilmio borsone. La notte in treno e la pressoché unanime condizione di umani non ancora avvinghiati ai cellulari non mi avevano consentito di apprendere la terribile notizia. Ero arrivato a Roma per le prove scritte del concorso in magistratura, di lì a qualche giorno (credo lo stesso concorso nel qualeFrancesca Morvillo avrebbe dovuto far parte della Commissione giudicatrice), unico mio tentativo di dare un seguito al corso di preparazione tenuto aPalermo, presso l’IstitutoGonzaga, da meno noti colleghi-amici di Giovanni Falcone.

Raggiunsi la casa di mio zio, ricovero garantito per ogni mio viaggio della speranza concorsuale. Nei giorni che rimasero prima dell’inizio delle prove, parlai a lungo con mio zio e lessi iquotidiani, la ricostruzione dell’attentato, della vita, dell’impegno professionale di Falcone, dei loschi e foschi atti di delegittimazione ed isolamento che avevasubito (l’elezione,ad esempio, di Giovanni Meli a procuratore capo di Palermo, scelto da un Csminaspettatamente diventato centro inconfessabile di intrighi e spartizioni interessate). Subito dopo le prove scritte ripresi il viaggio di ritorno verso Agrigento. In mente, in treno, la frase che Giovanni Falcone scelse, nell’intervista a Marcelle Padovani, coautrice insieme a lui del libro “Cose di Cosa Nostra”, per descrivere il mutovincolo alla sua terra, che è la mia terra, l’ineluttabile disperato destino della sua Sicilia, la mia Sicilia: “Nec tecum nec sine viverepossum”.”

Gerlando Mangione