La questione controversa delle coppie di fatto in Italia rischia talvolta di essere affrontata con scarsa conoscenza del terreno giuridico su cui si gioca la partita e, ancora prima, con scarsa sensibilità storicosociale. La locuzione “coppie di fatto” si riferisce tanto ai conviventi more uxorio eterosessuali, che decidono di non contrarre matrimonio, quanto alle coppie omosessuali, che nel nostro ordinamento non possono farlo. Senza tener conto di questa premessa si finisce con l’affrontare il tema con un’ostilità preconcetta di matrice cattolica che rende sguarniti di tutela tanto gli uni quanto gli altri, laddove in tutti gli altri paesi è ormai pacifico che, per esempio, la convivenza more uxorio debba essere protetta e resa alternativa rispetto al matrimonio, soprattutto in presenza di prole.

A pagare le conseguenze di un dibattito stantìo che ancora si domanda cosa sia la famiglia e se sia proprio il caso di concedere diritti alle suddette coppie sono tutti. E proprio in questo sta il paradosso: nel frenare sull’onda dell’ostilità verso i gay anche i diritti delle coppie formate da persone di sesso diverso, che per ragioni di opportunità – e spesso fiscali e di reddito – decidono di non metter su famiglia. Anche se, come negarlo, chi ne esce con le ossa rotte per davvero sono le “coppie omosex”; e tutto ciò avviene mentre nel Parlamento francese ed inglese si discute della necessità di eliminare gli ultimissimi residui di discriminazione. Nel caso inglese, addirittura, l’ultimo baluardo della trattamento diseguale consiste nel lessico usato: “civil partnership” in un caso, “marriage” nell’altro, essendo le civil partnerships tra omosessuali equiparate in tutto al matrimonio per ciò che riguarda i diritti e doveri che ne discendono – e il premier Cameron è sulla buona strada: i Commons hanno detto sì, si attende la pronuncia della House of Lords-.

Se potessimo avere il privilegio di essere ascoltati dalla classe politica, se potessimo concederci il lusso di elargire consigli, diremmo senz’altro che c’è bisogno di affrontare la questione con meno timidezza per colmare il gap che ci separa dai civilissimi d’Europa e del mondo. La politica dovrebbe semplicemente prendere atto di esser rimasta indietro, di avere a che fare con un paese che avanza e che è già più avanzato rispetto ad essa: basterebbe “uscire dall’igloo”, come suggeriva alle forze dell’opposizione il Ministro della Giustizia francese Christine Taubira.

Quella del riconoscimento è una richiesta non può più essere negata al fine di risarcire quanti per troppo tempo hanno visto disconoscere il loro “essere insieme”, il loro vivere, amare ed esistere insieme. A volte l’uomo si arroga delle facoltà che non gli competono, come decidere se abolire la schiavitù o concedere diritti (naturali) a chicchessia, facoltà che non gli competono in quanto è facile notare come sia un puro caso che, ad esempio, sullo scranno ci sia un bianco a decidere la sorte di un nero e non viceversa. Le questioni afferenti la dignità umana non possono essere affrontate come “questioni etiche”, ossia non possono essere affrontate e decise a seconda delle convinzioni personali, a seconda del fatto che urtino o meno la propria -spiccata- sensibilità. La dignità non può essere concessa: può solo essere riconosciuta in via d’urgenza se in passato è stata negata. Piacerebbe che il dibattito venisse affrontato d’ora in avanti con questa consapevolezza.

da www.QuattroGatti.info

Nausica Palazzo