Avevo 17 anni e quel sabato 23 maggio 1992, dopo aver appreso dell’attentato costato la vita a Giovanni Falcone, la mia prima reazione, oltre al dolore, fu quella di cercare informazioni attendibili, di provare a capire. Inconsapevolmente, in quei momenti, andò in archivio per sempre la mia superficialità adolescenziale e intrapresi un accidentato percorso di coscienza e conoscenza che ancora oggi ritengo essere incompleto.

Fino ad allora avevo poca dimestichezza con la convulsa storia del dopoguerra italiano, disseminato di stragi e atti terroristici sulla cui matrice non era e non è ancora stata fatta piena luce.

Sfoglio nuovamente, adesso, la copia del quotidiano “La Repubblica” da me acquistata il giorno dopo Capaci, un giornale che conservo gelosamente, e come in una macchina del tempo ritrovo i politici dell’epoca dichiarare il loro sdegno e i loro fieri propositi. Dichiarazioni che alla luce di quanto verremo a sapere dopo appaiono false e beffarde.

A ripensarci adesso, quei tempi e quel vissuto mi sembrano un tempo infinito, sospeso in una scia di sangue che due mesi dopo proseguirà con l’uccisione di Paolo Borsellino.

Il nostro “11 settembre” è distribuito in quei tragici mesi, le nostre torri gemelle sono due valorosi magistrati.

E quelle parole proferite da un Uomo dello Stato come Antonino Caponnetto, quel “è finito tutto”, con la voce rotta da un dolore indicibile, a riascoltarle oggi, nella loro disperata rassegnazione, appaiono come nostre; una sorta di eredità, un patrimonio collettivo nel quale il Paese si potrebbe riconoscere.

L’escalation delle stragi del ’93 con la fin troppo sofisticata individuazione di obiettivi artistici e culturali poi si interromperà con la stessa inspiegabile nettezza con la quale si era aperta, lasciando tuttora sconosciuti i mandanti occulti.

Sapremo poi che un uomo dello Stato nello scenario di indicibile devastazione e morte che fu via D’Amelio, ebbe l’inquietante e disumana lucidità di far sparire l’agenda rossa dalla borsa del Magistrato.

E scopriremo l’esistenza di una trattativa stato-mafia alla quale si oppose fermamente proprio Paolo Borsellino. Sacrificato da quelle istituzione marce che nel tempo accoglieranno gran parte delle richieste inserite nel famigerato papello.

Ancora, un raffinato depistaggio devierà le indagini e il processo sulla strage avvenuta il 19 luglio 1992.

Di pari passo continuerà la delegittimazione indistinta delle istituzioni. Anche e soprattutto di quelle sane. Quelle istituzioni che non si sono arrese nonostante una classe politica ignobile, un Parlamento al servizio di una diffusa illegalità, nonostante leggi ad personam e conflitti di interessi, nonostante la corruzione e lo sconcertante declino morale di una nazione che spesso non fa più neppure finta di crederci ad un ideale superiore. Eppure quelle istituzioni sane, spalleggiate da cittadini attivi, continueranno, forse inutilmente o forse no, ad impegnarsi.

Perché se è stato la mafia, è Stato anche Giovanni Falcone, è Stato Paolo Borsellino, e sono Stato tutti quegli uomini che in ogni tempo sono andati incontro al sacrificio estremo con cognizione, impegnandosi per uno Stato che non li meritava da vivi e non ha reso loro giustizia da morti.

Un piccolo esercito di Uomini e Donne Migliori, di anime coraggiose e sensibili, spiriti sognanti e concreti, sostenuti da una forza interiore quasi incomprensibile e dissennata. Costoro hanno perseguito tenacemente i propri obiettivi, con fede nella legalità e nella giustizia, senza badare alla realtà di uno Stato che sapevano essere corrotto e corroso. Che oltre al martirio hanno subito l’oltraggio postumo delle commemorazioni ufficiali, da parte di quello Stato che dopo averli lasciati soli a combattere una guerra impari, li ha pure utilizzati per ostentare al mondo intero il proprio impegno in una lotta nella quale in verità non credeva e che nei fatti, pure ostacolava.

Uomini e donne, che va ricordato, prima di diventare dei simboli, ma anche dopo essere stati tramutati in eroi loro malgrado, sono stati e restano individui uguali a noi.

Noi che, volenti nolenti, comunque siamo Stato.

Nicola Delcarmine