È stato necessario un voto parlamentare per riconoscere ciò che sembra scontato: gli aborigeni e gli isolani dello Stretto di Torres sono i primi abitanti dell’Australia. Mettendo da parte le rivalità politiche quando sono trascorse appena due settimane dalla decisione del governo di fissare le elezioni per il prossimo 14 settembre, i deputati della Camera dei Rappresentanti hanno approvato all’unanimità la legge che riconosce le popolazioni native.

La storia dell’Australia non iniziò con il referendum federativo del 1901, scrive il quotidiano The Australian, secondo cui se il Paese vorrà stare in pace con il proprio passato, deve prima riconoscere la propria storia. Il sì alla legge, che ora attende il via libera del Senato, è stato dato quando sono trascorsi cinque anni dalle scuse ufficiali dell’allora primo ministro Kevin Rudd per le ingiustizie e le sofferenza inflitte alla popolazione aborigena e con il riconoscimento sia delle atrocità della colonizzazione e sia delle responsabilità del governo di Canberra verso la cosiddetta “generazione rubata”, ossia le migliaia di bambini e bambini strappati alle proprie famiglie per essere assimilati con la forza. Proprio al laburista Rudd è andato il plauso del premier Julia Gillard secondo cui le scuse dell’ex primo ministro sono state un primo passo. La legge è quello intermedio verso la meta del referendum costituzionale che possa sancire nella Carta il riconoscimento delle popolazioni native. La consultazione si sarebbe dovuta tenere inizialmente lo scorso settembre, poi cancellata per il timore che la scelta non godesse di sufficiente sostegno popolare. Ma una nuova chiamata ai seggi potrebbe arrivare nel 2014.

“Credo che gli australiani siano pronti ad abbracciare come giusta questa campagna. La cultura e la storia indigene sono fonte di orgoglio per tutti noi”, ha detto Gillard. Parole condivise dal leader dell’opposizione liberale Tony Abbot, secondo cui la vera questione non è tanto cambiare la Costituzione, ma completarla. “Abbiamo bisogno di fare ammenda per le omissioni e per la durezza di cuore dei nostri antenati, così da affrontare uniti il futuro”, ha aggiunto. Il referendum potrebbe quindi replicare quello del maggio 1967 quando gli australiani si espressero a larga maggioranza per concedere piena cittadinanza e diritti agli aborigeni. Nonostante questo, scrive il politico di origine aborigena Aden Ridgeway in un commento sul Sydney Mo0rning Herald: “La Carta contiene ancora tracce di quella visione del mondo che permetteva di privare i primi australiani della loro terra, a esempio l’articolo 25 che ancora permette agli Stati di escludere un intera razza dal voto”.

Come si legge nel rapporto 2012 di Amnesty International, l’Australia continua a violare i diritti delle popolazioni native nel limitare i fondi per gli alloggi e i servizi municipali e costringendo le comunità ad abbandonare le terre dove sono nati per accedere ai servizi essenziali. Secono l’organizzazione Survival, le rivendicazioni territoriali continuano sebbene il principio della “terra nullius” ossia quello secondo cui prima dell’arrivo dei britannici la terra australiana non era di nessuno, sia stato abolito nel 1992. Anche per questo il voto dei deputati è stato accolto con applausi dal pubblico in galleria tra cui sedevano anche molti aborigeni. Non sono tuttavia mancate le contestazioni. Un gruppo di aborigeni, scrive il Sydney Morning Herald, ha lanciato verso i parlamentari alcuni documenti in cui rivendicavano la propria nazione.

di Andrea Pira