Antonino Caponnetto nella sua “Preghiera laica ma fervente”, pronunciata ai funerali di Paolo Borsellino,  ricorda, tra i tanti fiori lasciati dalle persone, un fiore in particolare. Un lilium, con un biglietto: “Un solo grande fiore per un solo grande uomo solo”.

Falcone e Borsellino erano così. Isolati dalla loro stessa cittadinanza, all’interno dello stesso palazzo di giustizia: additati come prime donne, in cerca di successo, alla faccia dell’imparzialità della magistratura. Accuse standard che riecheggiano e graffiano a venti anni di distanza.

La Procura di Palermo sembra da sempre avvolta da una nube oscura. E’ questo il Paese dove se ti avvicini ai piani alti cercano in tutti i modi di fulminarti con ingiurie e falsità. Dove il potere e il segreto hanno sempre la precedenza sulla giustizia e la verità.

Giovanni Falcone, straordinario conoscitore del fenomeno mafioso, ha raggiunto risultati a quel tempo inimmaginabili: dall’ideazione del sistema di procure distrettuali e della Procura Nazionale Antimafia, all’utilizzo dei pentiti, il coordinamento fra la magistratura e forze di polizia. Ma sembrava non bastasse mai. C’erano corvi ovunque, attenti scrutatori di ogni mossa, che aspettavano il momento giusto per colpire una, due, cento, mille volte.

Alla sua morte il Parlamento, mostrando lacrime di coccodrillo, con una mano riponeva in un cassetto senza fondo le misure per il contrasto immediato. Solo 57 giorni dopo quelle stesse misure verranno riesumate e convertite in legge. Come per dire che la strage di Capaci non era motivo sufficiente per avviare un’azione legislativa.

Paolo Borsellino, erede naturale del suo migliore amico, sapeva che il tempo era ormai scaduto. Di fronte ad ostacoli e rivelazioni agghiaccianti, fino all’ultimo respiro ha continuato il suo lavoro nel cercare risposte. E proprio per averle trovate, è esplosa un’altra bomba.

In Via D’Amelio e in Via Notarbartolo oggi, a Palermo, ci sono due alberi. Simbolo di vita, e di rinascita. Ogni 23 maggio e 19 luglio, nella stessa Palermo, quegli stessi coccodrilli di venti anni fa, vengono a portare corone di fiori. Simbolo di Stato, di commemorazione, di morte. Quello stesso Stato che è complice: per il suo silenzio, per i troppi cassetti senza fondo.

Quei coccodrilli sono ancora lì, a lucidare sulla propria giacca lo stemma della figura dei due grandi magistrati per attribuirsi falsi meriti ed elogi. E le risposte continuano a mancare.

Ma quegli alberi prevalgono, con forza dirompente. Se in vita Giovanni e Paolo erano soli, adesso non lo sono più. Esiste una parte sana di cittadini che continua ad ascoltarli, che ricevono linfa dalla loro morte per cercare di ridargli la vita. Erano uomini consapevoli che avere coraggio non significa non avere paura: ma che ad un certo punto si comprende come qualcosa sia più importante della paura stessa, e che per questo devi combattere fino in fondo. 

Sulle nostre gambe, con le loro e le nostre azioni, la battaglia per la verità non finirà mai.

Valeria Grimaldi