Ricordare Falcone e Borsellino mi fa pensare alle “Vite Parallele” di Plutarco. Ma più che vite parallele bisogna dire “vite intrecciate”. Passano i ricordi nella memoria attraverso le immagini televisive. Camminano nei corridoi del tribunale di Palermo, a volte sorrridenti altre pensierosi. Scendono dalle auto blindate,circondati dai loro angeli custodi. Le interviste,i convegni,le rare occasioni della vita privata. Non dimenticherò mai la devastazione dei luoghi degli attentati il 23 maggio e il 19 luglio 1992. La rabbia,la frustazione,l’impotenza. La mafia si era presa la rivincita. Non aveva mai osato tanto.

Dietro Cosa nostra di sicuro c’erano personaggi potenti e pezzi dello Stato. La commozione e il dolore il giorno dei funerali. Ricordo le parole dure di Borsellino ad un mese dalla strage di Capaci, la fiaccolata. Il viso severo del giudice,gli occhi che guardano oltre. Sentiva vicina la morte,ma continuava ad indagare, a lavorare, aveva fretta, tanta fretta.

Erano nati a Palermo nel quartiere Kalsa. Da ragazzini giocavano insieme, poi la guerra, gli studi universitari li avevano divisi. Entrambi laureati in Giurisprudenza, si ritrovano magistrati a Palermo trentacinque anni dopo. In una città dove non si contano più i tanti morti eccellenti. Iniziano a lavorare insieme. Saranno i due pilastri di quello che sarà definito ” il pool”. L’aspetto è serio, lo sguardo severo, ma sono allegri, sanno ridere e scherzare nelle brevi pause che si concedono tra pile di faldoni o nella vita privata quando riescono a godersela. Borsellino ha famiglia,ma vivono sotto scorta.

La stessa cosa per Falcone e la sua compagna Francesca Morvillo – moriranno insieme – che sposerà con un matrimonio clandestino per paura di attentati. Non vuole figli per non lasciare orfani. Ne ha visti tanti. Sa che prima o poi verrà ucciso. La stessa consapevolezza di Paolo. Ma riescono a scherzare anche sulla morte. Paolo diceva a Giovanni ” io sto tranquillo, tanto se decidono di ammazzarmi qualcuno sicuramente comincerà con te”. Un giorno davanti al tribunale di Palermo trovarono un’ambulanza con un cartello su cui era scritto “Date il vostro sangue “, “questi li manda la mafia” disse Falcone all’amico. Uniti nella vita,uniti nella morte anche se a distanza di cinquantasette giorni. “Siamo morti che camminano” aveva detto Ninni Cassarà nel 1982 davanti al cadavere di Pio La Torre e del suo autista.

Due uomini soli,osteggiati,invidiati e vituperati soprattutto dopo il maxiprocesso,delegittimati. Onorati e applauditi dopo la morte dai tanti “sepolcri imbiancati” che non li hanno difesi da vivi perché in affari con Cosa nostra. Per la gente comune sono due “eroi” del nostro tempo perché hanno amato la libertà,la giustizia e le leggi dello Stato. Per questi valori ormai in disuso hanno sacrificato la vita insieme con i loro “angeli custodi”. Tra le foto conservate nel computer due sono le più belle. Giovanni che spalanca le persiane azzurre e sembra voler dire “fate lo stesso,respirate il fresco profumo della libertà”. Nell’altra i due amici sono seduti vicino,sorridono,parlottolano,forse si scambiano una delle loro battute. Due volte ho percorso l’autostrada Palermo-Trapani. Al posto del guard rail con i fiori e il tricolore, oggi c’è una stele. Ho guardato la montagna alta,brulla,bellissima per il colore rosso dei raggi del sole al tramonto: un brivido nella schiena,le lacrime agli occhi. “In questa nostra terra bella e disgraziata…”. Non sono riuscita ad inoltrarmi in via D’Amelio,rivedevo le immagini dopo la strage e ho avuto paura di calpestare qualche brandello di corpo straziato. Intorno la gente si muoveva tranquilla.

A Palermo tutto scivola via fatalisticamente. Altri giudici coraggiosi si stanno avvicinando alla verità,ma c’è ancora molto da scoprire. Falcone e Borsellino hanno dato una svolta importante alla lotta contro la mafia,ma hanno anche colpito interessi potenti di chi sta dietro a Cosa nostra. Infatti sono scomparsi i files dal computer di Falcone e l’Agenda Rossa di Borsellino.

Lara Dalessandri