L’intervento militare francese in Mali è già costato 70 milioni di euro. La spesa maggiore è rappresentata dal trasporto dei 4 mila militari impegnati nel conflitto e di 10 mila tonnellate di materiale. Lo ha rivelato il quotidiano Le Parisien-Aujourd’hui en France che ha calcolato in 2,7 milioni di euro al giorno il costo dell’operazione Serval, ben superiore a quello sostenuto per la Libia (1,6 milioni di euro) e l’Afghanistan (1,4 milioni di euro). “Confronti non pertinenti”, ha obiettato Jean-Yves Le Drian, ministro della Difesa che ha aggiunto: “Non si possono paragonare conflitti di durata e natura differente”.

In Mali, la Francia vorrebbe impegnarsi il minor tempo possibile: il presidente François Hollande ha confermato l’intenzione di diminuire gli effettivi del contingente già da marzo. Intanto Barack Obama ha sbloccato 50 milioni di aiuti d’urgenza degli Stati Uniti per sostenere lo sforzo francese e ciadiano; i primi 70 membri (su 500) della missione europea di formazione dell’esercito maliano sono sbarcati alla base di Koulikoro. Il coinvolgimento di forze esterne, in soccorso al moribondo esercito maliano (impegnato in faide interne fra berretti rossi, fedeli all’ex presidente Amadou Toumani Touré, e berretti verdi del capitano Amadou Sanogo, autore del colpo di stato del 22 marzo 2012) è destinato ad aumentare. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite deciderà in tempi brevi l’invio di 6 mila caschi blu. La Francia preme per un rapido spiegamento delle forze Onu, previste dalla risoluzione 2085, che dovrebbero garantire, fra l’altro, lo svolgimento delle elezioni parlamentari e presidenziali che – ha annunciato giovedì 14 febbraio il ministro dell’amministrazione territoriale Moussa Sinko Coulibaly – si terranno il prossimo 7 e 21 luglio.

Hollande e il vicepresidente americano Joe Biden hanno proposto di affidare ai caschi blu il coordinamento dei contingenti africani del Misma (Missione internazionale di sostegno al Mali), con una catena di comando che risalga al Consiglio di sicurezza. Il controllo diretto dell’Onu è giudicato militarmente più efficace e più semplice da gestire che il comando diviso fra Cedeao (Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale) e Unione africana. Meno convinte le autorità maliane che non vogliono i soldati delle Nazioni Unite nella capitale, ma solo al Nord, in luoghi strategici come Tessalit o la frontiera mauritana, e sollevano dubbi sull’efficacia delle forze d’interposizione in quanto non possono intervenire direttamente nel conflitto. Al momento sono operativi, a fianco delle truppe francesi e maliane, 2 mila soldati del Misma, dei 4.300 previsti – che dovrebbero diventare 8 mila secondo Alassane Ouattara, presidente della Cedeao – per un costo di 960 milioni di dollari. Ai quali si aggiungono i 2 mila soldati ciadiani che hanno partecipato alla liberazione di Kidal il 31 gennaio e Tessalit, estremo avamposto del Nord, l’8 febbraio. La situazione sul terreno però, dopo i due attentati terroristici nel centro di Gao, è tutt’altro che pacificata e i rifugiati (500mila su 1,3 milioni di abitanti dell’Azawad) aspettano a rientrare nei loro villaggi.

Oltre ai caschi blu, la missione dell’Onu comprenderà la presenza di osservatori dei diritti umani nelle zone riprese agli islamisti per evitare ritorsioni e rappresaglie dell’esercito sulle popolazioni arabe e tuareg. Che, denunciano Amnesty International e Human Rights Watch, sarebbero già avvenute a Sévaré e Konna. Ricostruire l’unità nazionale non sarà facile. “Bisogna creare integrazione fra tutti i maliani”, dice il ministro degli Affari esteri Tieman Coulibaly. “Tenderemo la mano a tutti, purché non siano stati conniventi con i terroristi”. Sul banco degli imputati a Bamako ci sono soprattutto i tuareg del Movimento di liberazione nazionale dell’Azawad: su 26 mandati di cattura internazionali emessi dal procuratore della repubblica Daniel Tessogué, ben 11 riguardano i capi dell’Mnla. Gli altri ricercati sono i responsabili di Ansar Dine, Mujao, Aqmi e sei narcotrafficanti. Gli “uomini blu” sono accusati di aver dato il via, nel gennaio 2012, alla ribellione che è poi sfociata nell’occupazione delle tre regioni del Nord da parte degli islamisti. La stampa maliana è unanime nel bollarli come causa di tutti i mali del paese, prende in giro il loro “stupido sogno di rivendicare l’utopica repubblica dell’Azawad”, accusa la lobby tuareg di farsi proteggere dai francesi. Non sono risparmiate critiche al presidente del Burkina Faso che aveva chiamato l’Mnla al tavolo delle trattative. E si guarda con sospetto all’invio dei caschi blu che verrebbero a difendere i tuareg consacrando la separazione in due del paese.