In quella rovente e tragica estate del 1992 avevo solo 7 anni. I ricordi di quegli orribili eventi sono ovviamente pochi e sbiaditi. Tuttavia ancora oggi, indagando tra la mia memoria e nella mia coscienza, posso rivivere alcuni frammenti di quel periodo in modo abbastanza nitido. Nella mia mente riaffiorano quindi non solo i momenti salienti che hanno scandito a colpi di bombe e kalashnikov l’esistenza di tutti noi palermitani, ma anche e soprattutto le emozioni e le sensazioni che in quel fatidico anno colpivano le esistenze dei miei genitori e dei miei concittadini. E’ impossibile riassumere in poche righe le tante sensazioni che mi agitano dentro oggi, dopo 20 anni. Sicuramente non sono le stesse che può provare un bambino di 7 anni quale io ero. A quel tempo infatti ero ovviamente incosciente della tragicità e della crudeltà di quegli eventi.

Del giorno dell’”attentatuni”, la strage di Capaci, non ricordo effettivamente nulla. Ricordo però come fosse ieri il giorno della strage di via d’Amelio. La mia casa si trova infatti a circa un km di distanza dal luogo della strage. In quel momento mi trovavo in giardino coi miei genitori, che si sarebbero separati per ironia della sorte proprio dopo quell’estate. Mentre li stavo aiutando a fare giardinaggio, sentimmo il forte boato, che fece tremare ogni cosa. Si trattò del botto più forte che sentii in vita mia. Per un attimo la paura scosse i nostri animi. Ci catapultammo immediatamente di fronte la TV, che dopo pochi minuti trasmetteva la triste notizia della morte di Borsellino. Ricordo benissimo le parole del giornalista “il corpo senza vita completamente carbonizzato” e lo sguardo sconvolto di mia madre che si mise a piangere. Alcune immagini ancora impresse nei miei ricordi sono quelle dei giorni seguenti a quell’estate. A scuola e nelle strade si creò un grosso fermento e una forte risposta della società civile. Ricordo che partecipai a diversi cortei organizzati per le strade dal “popolo dei lenzuoli”, in cui bambini e adulti ci tenevamo per mano formando lunghe catene umane. Ricordo molto bene un giorno in cui le strade erano gremite di gente, e noi bambini portavamo i lenzuoli con le raffigurazioni dei volti dei due magistrati.

Quell’estate segnò la fine di una lunga e logorante guerra a senso unico, portata avanti da una parte sola, non solo verso lo stato ma anche nei confronti della parte “buona” e onesta della comunità. La gente avvertiva tutta una serie di sensazioni molto forti che si manifestavano chiaramente sui volti, negli sguardi, nelle piccole azioni di ogni giorno. Chiaramente la paura. Palermo sembrava avvolta da una grande bolla di paura diffusa, che si legava a un’omertà che in quegli anni aveva raggiunto il proprio apice. L’omertà di quegli anni, oltre ad essere molto più radicata e pervasiva che adesso, non era soltanto una scelta di vita (come lo è ancora oggi in gran parte della popolazione), ma era diventata, a suon di attentati e omicidi, un sentimento spontaneo e non sempre voluto, che si legava strettamente al terrore. Infine, la sensazione più triste e sconcertante, era quella della fine di una grande speranza, quella speranza incarnata appunto dagli ultimi due grandi eroi che la nostra terra ha avuto.

Andrea Tusa