Arrivato alla Berlinale 2013 nella sezione Culinary Cinema, Slow Food Story è un documentario italiano che non racconta tanto la storia dell’associazione del titolo quanto quella del suo fondatore, Carlo Petrini. Nonostante sia un documentario biografico (e per larga parte agiografico) molto convenzionale, Slow Food Story fornisce involontariamente anche una chiave di lettura non banale e soprattutto inedita sulla situazione politica italiana.

Che Slow food, come Il gambero rosso, la Guida dei vini italiani e tutte quelle attività che l’hanno preceduto temporalmente, siano state partorite dal brodo culturale della sinistra è fatto noto. Nate sulle pagine del manifesto o in coda alle feste dell’Unità le celebrazioni dei prodotti tipici si sono fatte sempre più articolate e complesse, strutturandosi con gli anni in vere associazioni, capaci ora di dare vita a convegni e di avere sedi in 50 paesi diversi, una vera potenza economica, prima che gastronomica, fondata sul più condivisibile dei principi, “quello del piacere”, come lo definisce lo stesso Petrini.

Eppure a guardare la maniera in cui è girato, montato e pensato Slow Food Story si comprende bene come la politica non sia solo la base ma anche la lettura secondaria di tutta l’impresa Slow food e di quello a cui ha dato vita. Non che Petrini ne faccia mistero, anzi rivendica sempre il substrato politico delle proprie azioni, ma i bambini baciati in piazza, le visite in Africa, i convegni gestiti come comizi, le foto con i potenti del pianeta e ancora gli incontri con Carlo d’Inghilterra, le strategie di riqualificazione e i piccoli colloqui con gli attivisti imbarazzati di fronte al grande capo, dicono molto di più, creano una precisa iconografia, anzi ne ricalcano una, quella del leader carismatico e riconosciuto. Il documentario, involontariamente, svela il Petrini politico. Anche se non si presenta, non sta in parlamento e non ha rapporti diretti con alcun partito, quello che fa Petrini non solo è politica, ma è forse anche l’unica politica seria di questi anni.

Se da tempo abbiamo smesso di dividerci tra persone di destra, di sinistra e cattolici (le denominazioni sono rimaste per comodità ma tutti sanno che dietro quelle definizioni non c’è che un’ombra di quel che una volta significavano), è sempre più evidentemente che siamo costantemente divisi tra progressisti e conservatori, senza che però queste due categorie siano attribuite univocamente a destra e sinistra come una volta. Da Slow food story emerge con chiarezza disarmante come Petrini, uomo storicamente e fieramente di sinistra, sia infatti il leader maximo del conservatorismo, un movimento che parte dal cibo ma si allarga alle tradizioni in senso lato e quindi alla mentalità refrattaria al mutamento. Non a caso incontrando diverse simpatie e stima dall’estrema destra, felici di essere uniti sotto una bandiera inattaccabile.

Quello di Slow food è uno scopo con cui non si può non concordare: migliorare la qualità degli alimenti che compriamo e mangiamo, dargli il valore e la dignità che meritano. Nella maniera in cui è condotta la sua battaglia (a partire dal nome) è però compresa la lotta al suo opposto, inteso come fast food ma anche come integrazione e mescolanza di diverse realtà, contaminazione con culture altre per dare vita a qualcosa di nuovo che inevitabilmente prende il posto di quello che c’è adesso. Il progresso, non tecnologico ma umano, economico e sociale, si realizza anche attraverso la morte di ciò che era per fare spazio al nuovo. Il nuovo, di contro, non è mai accettato come migliore del vecchio. Mai. Eppure il progresso è l’unica cosa che conti.

Ecco perché il documentario Slow Food Story, nato per essere un’agiografia di Carlin Petrini, non fa che svelarne la natura di leader politico del movimento conservatore più radicato e di successo che ci sia, il nocciolo duro della mentalità anti progressista del paese e il suo volto più splendido e presentabile, quello con cui tutti concordiamo.

A cura di Gabriele Niola

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