Quella fu la mia prima manifestazione.

Ero un ragazzino nel ’92, avevo quindi anni e frequentavo il liceo scientifico a Milano. La mia prima manifestazione studentesca fu quella per la strage di Capaci. Un magistrato che avevo visto in tv fu ucciso con la sua scorta in un modo barbaro e surreale. L’autostrada esplosa riempì le televisioni e le nostre coscienze di adolescenti. Avevano davanti una vita, un futuro che oggi si è manifestato assai più cupo e triste di come lo vedevamo allora.

A quindici anni ero ancora vergine, avevo provato a fumare uno spinello in bagno e me la facevo sotto davanti a una prof quando mi interrogava. I compagni di classe, gli amici, i fumetti, il cinema e la primavera erano la mia vita. Ero felice, perché sapevo che tutto dovevo ancora scoprirlo, viverlo. Ero curioso e affamato.

Non avrei mai pensato che dopo quella strage fatta dai “cattivi”, ne sarebbe arrivata una il mese dopo, organizzata dai cosiddetti “buoni”. Quelli che dovevano combattere la mafia erano scesi a patti con essa. La mia mente di ragazzino non sarebbe stata in grado di immaginarlo. Tanto meno che nel 2013 non ci sarebbero stati ancora colpevoli.

Quella mattina non entrammo a scuola, cosa che per me era una novità. Davanti al liceo Pascal c’era una folla di studenti con striscioni e megafoni.

– Ma che succede?

– C’è manifestazione, per Falcone.

La mia compagna di classe carina me lo disse sorridendo. Non ero mai stato in un corteo e non avevo neanche ben chiaro cosa fosse. Oggi i quindicenni, a differenza di allora, sanno bene cosa vuol dire e hanno anche già assaggiato i manganelli della polizia. Ti dicono che non hai futuro, ti incazzi, manifesti e te le danno.

Io di sicuro ho avuto un’adolescenza migliore anche se non c’era internet, il telefonino, Youporn e Facebook.

È stata una mattinata bellissima, c’era un sole stupendo e per la prima volta mi sentii parte di qualcosa di importante. Giravamo per la città, urlavamo “Assassini!” in coro, avevamo tanti sogni da condividere. Sogni di giustizia e di un futuro di felicità.

La morte di un uomo giusto, ammazzato dalla mafia, ci spinse a uscire nelle strade per manifestare la nostra rabbia. Ma anche la nostra purezza, la nostra voglia di stare insieme, di dimostrare quanto eravamo vivi, forti e coraggiosi. Sì perché urlavamo contro i mafiosi che noi eravamo con lo Stato. Chi se l’immaginava allora che lo Stato non era con noi, che quell’omicidio infame rientrava in un progetto che non potevamo capire. Chi se l’immaginava quello che Paolo Borsellino aveva già capito ma non avrebbe potuto dirci. Eravamo dei ragazzi felici, incapaci di prevedere lo schifo che ci aspettava.

Quella prima manifestazione studentesca non la dimenticherò mai. Eravamo innocenti in uno stato colpevole che credevamo ci proteggesse.

Alessandro Didoni