Che l’abbiano fatta o l’abbiano subita, le donne sono state protagoniste della storia tanto quanto gli uomini. Eppure si legge – e si sa – ancora poco delle figure femminili del passato, che si parli di Guerra fredda, Grecia antica o colonizzazione. A far luce su “l’altra metà” della storia torna per la sesta volta il Congresso triennale della Società italiana delle storiche: il 14 e 15 febbraio all’Università degli studi di Padova e il 16 alla Ca’ Foscari di Venezia. Quasi 200 studiosi, italiani e stranieri, si confronteranno su ben 34 temi di discussione: dalla violenza domestica al matrimonio, dalla maternità ai diritti del lavoro, passando per il cinema e la politica, quella che per troppo tempo le donne hanno osservato e commentato da esterne. Si guarderà in Italia ma anche fuori: commercio del corpo in Oriente, repressione del lesbismo nelle colonie, imenoplastica per ricostruire la verginità nel mondo musulmano sono solo alcuni degli argomenti che coinvolgono altri Paesi e che saranno trattati nella tre giorni veneta.

Tra i nomi di spicco c’è quello di Joan Wallach Scott, 71 anni, storica della Scuola di scienze sociali di Princeton, Stati Uniti. Sarà lei ad aprire il Congresso con una lectio magistralis sugli usi e gli abusi del “genere”, categoria che lei stessa ha introdotto per la prima volta negli studi storici 25 anni fa.

Perché studiare la storia dalla parte delle donne? “Mi verrebbe da rispondere girando la domanda in un altro modo: com’è pensabile studiare l’evoluzione storica dell’umanità prescindendo dalla metà della stessa umanità?” risponde Isabelle Chabot, la presidente, francese di nascita ma fiorentina d’adozione, della Società italiana delle storiche. L’associazione è nata nel 1989 per promuovere la ricerca sulla storia delle donne e di genere e oggi riunisce circa 300 socie, tra docenti e ricercatrici universitarie. “Per secoli la storia, la ‘grande Storia’ – spiega Chabot – si è dimenticata delle donne e ancora oggi nella comunità scientifica si trova ancora chi pensa che si possa tranquillamente continuare a ignorare il loro ruolo storico. Un’ignoranza, questa, che si riverbera nei manuali scolastici”.

La storia assume un altro significato, una maggiore profondità, se si includono le donne che ne hanno fatto parte. Un lavoro difficile, per le storiche della Società, come spiega la presidente: “Cambiare ottica, cambiare prospettiva mettendo le donne al centro ha significato, in un primo tempo, fare tutto un lavoro di scavo documentario, per ritrovare le tracce di figure femminili, per rinvenire innumerevoli reperti dell’agire femminile”. Qualsiasi analisi sul femminicidio, sul welfare, sull’emancipazione femminile nel nostro Paese non può prescindere dalla conoscenza di ciò che è stato finora, per secoli. Come si puniva – se si puniva – un femminicidio nel Medioevo? Come reagiva la società a un uomo che picchiava la moglie, la figlia, la sorella o la serva? “Ci siamo interrogate – dice la presidente della Società delle storiche – sul senso che ogni società, antica o più contemporanea, dà al maschile e al femminile, sui ruoli che stabiliscono delle gerarchie date per ‘naturali’ ma che sono costruzioni culturali tese a giustificare la dominazione maschile”. E conclude: “Le donne, come gli uomini, fanno la storia: con questa consapevolezza possiamo scrivere una storia meno parziale”.