TRE GIORNI

Matt aprì gli occhi e si guardò intorno.

Dove diavolo era?

Balzò in piedi dal letto dove aveva dormito vestito, girò su se stesso e ancora e ancora, quasi perdendo l’equilibrio, agitato, confuso, impaurito perché non riusciva a capire dove fosse. “Di certo sto sognando!” pensò portandosi una mano alla fronte dolorante.

La stanza in cui si era svegliato gli era perfettamente sconosciuta. Semplice nel suo arredamento, un letto cigolante quello su cui aveva dormito, un comodino in legno color noce rovinato dalle tarme, adornato da una vecchia lampada dal telo rosso un po’ macchiato e un armadio a due ante, sempre in noce di scarsa qualità, proprio di fronte al letto. Dalla finestra oscurata appena da due tendine rosse, filtrava un fascio di luce grigio, tipico di una giornata nuvolosa. I muri erano fatti in travi di legno. Si sarebbe detta una baita di montagna.

Che diavolo ci faceva in una baita di montagna?

“Sto sognando”.

Eppure tutto era così spaventosamente vero, così maledettamente reale! Sentiva persino l’odore di cucinato: doveva essere un brodo, sì, o una minestra di verdure. No, non era possibile!

All’improvviso, immagini sfocate si affacciarono alla memoria: era cominciato tutto alcune ore prima, quando in una strada provinciale, un’auto gli aveva volutamente tagliato la strada costringendolo a parcheggiare. Da essa erano poi scese due persone dal volto coperto che lo avevano afferrato, tirato fuori con violenza dalla sua macchina, gli avevano puntato la pistola dietro la nuca e lo avevano costretto ad entrare nella loro auto. Il buio era piombato tutto intorno non appena gli avevano bendato gli occhi. In seguito, aveva avvertito il dolore fisso di quella che doveva essere una corda stretta intorno ai polsi.

La corda…Si guardò subito i polsi: erano ancora arrossati e sfiorandoli con le dita ne sentiva i solchi tracciati dalla stretta.

Il cuore gli sussultò nel petto, mentre la dura verità lo inghiottiva in un boccone. “Non ho sognato. Sono stato rapito.”
 

Dovevano averlo drogato, per questo si sentiva così stordito e confuso. Quanto aveva dormito? Probabilmente tutta la notte. Lo avevano rapito verso le sei di sera ed era già mattina.

Matt si passò una mano tra i capelli neri, lisci e folti. Il ciuffo gli rimbalzò sulla fronte. Stava cominciando a sudare. Indossava gli stessi abiti del giorno prima, naturalmente: i suoi pantaloni rossi molto stretti e una t-shirt bianca con uno strano disegno astratto a strisce blu e rosse, la quale gli stava abbastanza aderente da mostrare tutta la sua magrezza. Mentre si passava una mano sullo stomaco, lo sentì brontolare. Da quanto tempo non mangiava? Quando sarebbe arrivato qualcuno per spiegargli cosa diavolo volevano da lui? Matt immaginò che da un momento all’altro potesse entrare un uomo incappucciato, robusto, tutto vestito di nero, pistola in una mano, piatto con brodaglia nell’altra. Cosa gli avrebbe detto? Probabilmente, anzi quasi certamente gli avrebbe rivelato il motivo di quel rapimento, l’ovvia intenzione di chiedere un riscatto alla sua famiglia, perché lui di soldi ne aveva e tanti.

Lui era ricco, famoso, tutti gli amanti della musica in Inghilterra e nel mondo intero lo conoscevano. Lui era Matt Johnson, il chitarrista leader degli “Smart”. Da circa 15 anni erano sulla cresta dell’onda con album che ogni due anni circa salivano nelle top ten, riempiendo di denaro sonante le casse della loro casa discografica e naturalmente anche le sue e quelle dei componenti del suo gruppo. Avevano vinto diversi premi e riconoscimenti, avevano viaggiato in tutto il mondo con tournée che registravano sempre il tutto esaurito. Era una vita incredibilmente stressante, Matt ne avrebbe fatto volentieri la metà di tutti quei concerti, ma occorreva rispettare i contratti e il dio denaro, si sa, non ha pietà di nessuno.

Adesso era in un momento di pausa, pausa per modo di dire. L’ultima tournée si era conclusa brillantemente, ma ora bisognava andare in studio e farsi venire subito qualche buona idea per l’album successivo. Non poteva deludere i fans, che non amano aspettare troppo e soprattutto i produttori, che altrimenti lo avrebbero abbandonato per cercare carne fresca e lui lo “showbiz” lo conosceva bene. Difficilissimo entrarci, facilissimo uscirne.

Finito lo stress da tournée cominciava lo stress da creazione. Erano passati i tempi in cui una sua canzone nasceva da un’emozione, da un desiderio, da un dolore, da un ricordo. Ora contavano solo i risultati, far cassa, il sold out era d’obbligo, altrimenti facevi la fine di quei gruppi bravi, di talento, che però si spegnevano come candele al vento non appena la vena creativa scemava. Il suo produttore un giorno gli aveva detto: “Matthew” era l’unico che lo chiamava così oltre a suo padre. “Il tuo fine è il successo, ma il successo potrebbe essere la tua fine.” Allora lì per lì non aveva capito. Non poteva. Pensava fosse una frase ad effetto senza sostanza. Soltanto dopo dieci anni, quando il successo era diventato ormai routine, quelle parole vuote si erano materializzate. Il successo lo stava privando del nutrimento essenziale per ogni artista: l’ispirazione.

Erano venuti infine i tanto temuti giorni in cui non desiderava più nulla: le donne gli cascavano ai piedi, belle, bellissime, giovani, mature, non aveva che da guardarsi intorno. Non era un adone, ma aveva fascino: molto magro, di altezza media, con degli splendidi occhi color dell’oceano e lo sguardo di chi la sa lunga; e soprattutto il modo in cui suonava quella maledetta chitarra, il maledetto modo in cui cantava, il maledetto modo in cui si muoveva sul palco, tutto ciò produceva un incantesimo a cui pochi riuscivano a sfuggire.

Di case ne aveva sei, più che case dei castelli, sparsi nelle più belle città del mondo, mentre in realtà passava più tempo negli alberghi, naturalmente di gran  lusso.

E le sue auto? Il numero non se lo ricordava, e neanche i modelli, di certo una Ferrari ultimo tipo.

Capricci? Desideri improvvisi? Viaggi? Tutto veniva soddisfatto in breve tempo. Desiderio uguale  soddisfazione, un’equazione pericolosa per un artista.

Insomma, era cominciata la noia, il nemico numero uno di ogni spirito creativo.

Se non si esibiva dal vivo, si sentiva come morto, e di certo non era la stanchezza fisica a preoccuparlo. Matt non aveva idee per il prossimo album. Aveva mentito al suo produttore dicendo che una volta terminata la tournée si sarebbe messo subito al lavoro. Erano passati tre mesi e non aveva scritto nulla di interessante, nulla di ispirato. Ed ora, come se non bastasse, lo avevano rapito. Dovevano essere matti da legare! Rapire una pop star era da fuori di testa! Li avrebbero scovati subito e lui sarebbe tornato ai suoi doveri.

Decise di dare un’occhiata fuori dalla finestra, ma non appena si mise a camminare, la testa prese a girare vorticosamente, tanto che dovette risedersi velocemente sul letto. Si sentiva debole. L’angoscia cominciò a stringergli la gola. In quel momento, una chiave girò nella toppa della porta, che si aprì lentamente, con un leggero cigolio.

Così la vide.

Minuta, capelli scuri, occhi grandi e neri, la donna davanti a lui non portava alcun cappuccio. Vestita di jeans e un maglione bianco, aveva un’aria normalissima, eppure era la sua carceriera.

“Buongiorno Matt”. Gli disse con il labbro superiore che le tremava.

“Immagino tu abbia fame. Se vieni in cucina ho preparato qualcosa di caldo” gli disse con una naturalezza che lo infastidì molto.

“Potrei sapere prima cosa diavolo ci faccio qui?” chiese aspramente.

“Prima mangia qualcosa.” Ora era visibilmente nervosa e impacciata. A stento riusciva a guardarlo negli occhi. Matt rise di scherno. “Mi stai prendendo in giro? Credi che abbia fame?”

“Credo proprio di si.” Così dicendo, gli voltò le spalle lasciando la porta aperta dietro di sé. Matt la seguì.

La cucina era molto grande, luminosa, con un grande camino scoppiettante da un lato e un comodo divano di fronte. La tavola era dall’altra parte, davanti all’angolo cottura. Su di essa, due piatti fumanti di minestra, un cesto di pane fresco e del vino rosso.

La donna sentì alle sue spalle gli occhi fissi di Matt su di lei.

“Ok, e va bene, sei stato rapito. Ma se stai tranquillo non ti succederà nulla.”

“Questa è pazza!” pensò Matt, poi rivolgendosi a lei le urlò:

“Che significa tutto ciò? Continuo a non capire! Sono i soldi che volete? Bene, dimmi la cifra e facciamola finita! I miei saranno preoccupati a quest’ora.”

“Non è questione di cifre.”

Matt ebbe un gesto impulsivo e immediato: corse verso l’ingresso, spalancò la porta e si precipitò fuori.

Rimase impalato e a bocca aperta, le gambe affondate in 40 centimetri di neve, i fiocchi che gli cadevano copiosi in testa, sul viso e sulle spalle, il freddo gli trapassava la maglietta di cotone. Nei suoi occhi azzurri si rifletteva lo spettacolo delle Alpi in tutta la sua magnificenza. Era in alta montagna. Intorno a lui solo il bianco della neve che aveva ricoperto ogni traccia di natura la notte precedente.

Non c’era un auto o un mezzo qualsiasi, né intravedeva una stradina da percorrere ammesso che sapesse dove andare. Era solo a più di duemila metri con quella sconosciuta. Si voltò. Lei era sull’uscio che si strofinava le braccia per riscaldarsi. La vide abbozzare un timido sorriso. Durò un attimo. Lo sguardo duro di Matt era difficile da reggere. Lei ritornò dentro. Matt la seguì chiudendo la porta alle sue spalle. Provò un certo piacere nel sentire il calore di quella stanza.

Lei era seduta sul divano di fronte al camino. Sul suo viso, il riflesso del fuoco le cambiava il colore della carnagione pallida rendendola rossastra. Aveva un’espressione malinconica. Si sarebbe detta lei la prigioniera. Matt s’inginocchiò per terra accanto al camino.

“Allora sono in trappola. Non posso fuggire. E’ per questo che non sono legato. Sarebbe inutile. Se tentassi di scappare finirei con il perdermi e morirei assiderato, non è così?”

La donna annuì senza guardarlo. Ancora quella profonda tristezza stampata sul volto. Per la prima volta, Matt notò che non era bella, ma aveva un volto interessante: gli occhi neri grandi e profondi, un naso piccolo, una bocca sottile ma ben disegnata. Doveva avere all’incirca la sua età.

“Allora quanti giorni devo rimanere qui?”

“Pochi, pochi” gli rispose in un sussurro.

Matt si sentiva lo stomaco attaccato alla schiena per la fame. Quando lei lo invitò a mangiare un boccone, accettò volentieri.

Una volta riacquistata l’energia necessaria sarebbe stato più facile pensare a come porre fine a quell’assurda situazione. In fondo era solo una donna.

La minestra si era raffreddata, ciò nonostante era saporita. Anche il pane era fresco e croccante; buono il vino che non era stato acquistato al supermercato, lo si capiva dal fatto che era molto corposo, proprio come quelli fatti in casa. Matt notò che la donna mangiava lentamente con poco appetito. Alla fine, aveva lasciato metà porzione nel piatto. Lui, invece aveva terminato tutto in poco tempo e aveva anche riempito un secondo piatto.

“Posso sapere il tuo nome?” le chiese mentre addentava una mela.

“Puoi chiamarmi Jade”

“Immagino che non sia il tuo vero nome”.

“Che importa?”

“Già, che importa. E cosa fai nella vita, Jade, oltre a rapire personaggi famosi?” Matt si morse un labbro. Nel momento stesso in cui aveva finito di porre quella domanda se ne era pentito. Non la conosceva, magari non apprezzava l’ironia, poteva offendersi e lui non aveva nessuna intenzione di perdere l’unico possibile interlocutore in quella landa sperduta. Invece Jade sorrise.

“Nient’altro. Rapisco solo giovani star.”

 

Quarta di copertina 

Matt Johnson, un famoso musicista inglese in piena crisi creativa, si risveglia prigioniero in una baita di montagna tra le vette innevate delle Alpi.

L’incontro con la sua insolita e affascinante carceriera segnerà per sempre la sua vita e il suo destino.

 

Note biografiche 

Emilia Capasso insegna inglese presso le scuole medie nella provincia di Torino. Ama tutto ciò che è arte e natura e attraverso la sua scrittura cerca, con umiltà, di ricambiare le gioie quotidiane che esse le offrono gratuitamente, per il solo fatto di esistere.