Sulla natura del “voto utile”  auspicato, invocato e persino preteso dai due maggiori contendenti aveva già fatto luce in un editoriale sul Fatto del 19 gennaio scorso  Marco Travaglio  evidenziando quanto sia improprio ed equivoco l’ aggettivo. 

Se in quello stadio della campagna elettorale, al di là delle ambiguità, poteva avere ancora un senso evocarlo in rapporto alla parola che per ipocrisia non si voleva apertamente pronunciare e cioè desistenza, usarlo come un corpo contundente con manifesta finalità intimidatoria a meno di due settimane dal voto è ancora più incomprensibile e controproducente.

A spiegare la natura vessatoria di questo martellante richiamo, qualche giorno fa dalle pagine del Corriere c’era un costituzionalista come Michele Ainis,  difficilmente arruolabile tra gli eretici di professione o tra gli sfascisti-populisti.

Nella sua analisi sul “voto utile” sotto la cui dizione si nasconde “l’elettore inutile” ed uno scarso rispetto per “il popolo votante”, Ainis parte dalla proliferazione delle liste, fenomeno che imputa in primo luogo “alla politica che ha difeso il Porcellum con le unghie invece che cambiarlo”.        

Poi affronta l’altro interdetto di questa carnevalesca campagna elettorale, in cui anche Sanremo può diventare un pericoloso competitore, e cioè il voto disgiunto che  è semplicemente “un altro modo per esercitare la propria libertà di scelta”.  

Quanto al “voto utile” invocato sempre per evitare “il male maggiore”, un refrain che ci accompagna al seggio da almeno un ventennio con i noti risultati, Ainis sostiene che è per definizione “un voto contro”: contro il nemico ma anche “contro l’amico”. E mi sembra che un riscontro inequivocabile in proposito lo si possa ricavare dall’appello- invettiva contro Rivoluzione Civile di Matteo Renzi quando afferma che “Ingroia non corre per vincere lui ma per far perdere il PD” dopo averlo accusato di “denigrare”  i magistrati che lavorano in silenzio.

Insomma ridurre l’opzione elettorale “ad un atto di sfiducia” se non proprio di inimicizia nei confronti di potenziali amici che diventano automaticamente nemici se non desistono, significa, secondo Ainis, trasformare il voto in  “una scelta disperata”, “un atto inquinato dalla paura” che si addice ad “un elettore suddito”. 

Esattamente quello che è avvenuto nel caso di Rivoluzione Civile dalla quale il Pd pretendeva la desistenza in cambio di niente e soprattutto mantenendo Monti come interlocutore privilegiato, dopo aver platealmente rifiutato qualsiasi ipotesi anche minima di accordo con Ingroia, su temi cruciali condivisi.

Se dunque alla sudditanza obiettiva che già ci impone il Porcellum, con una quota considerevole di candidati scelti direttamente dai segretari di partito o dai capilista, dobbiamo aggiungere anche l’handicap del voto utile e la preclusione del voto disgiunto che, viceversa in una regione chiave come la Lombardia può consentire di battere il duo Maroni-Berlusconi, allora come dice  Ainis: “Facciamo così, andateci voi a votare al posto nostro, sarà un pensiero in meno”.