I 7 uomini d’oro dell’Alitalia, in bilico tra l’accusa di bancarotta e un maxi risarcimento da 3 miliardi di euro che la Corte dei Conti reclama, hanno guadagnato una settimana di tempo. La sentenza di rinvio a giudizio era prevista ieri ma, complice il nuovo scandalo della Monte Paschi che vede impegnati gli stessi avvocati di grido, è stata rinviata al 19 febbraio. Dalle porte chiuse del giudice dell’udienza preliminare filtra l’eco di una battaglia che difficilmente sottrarrà al processo l’ex presidente Giancarlo Cimoli e l’ex ad Francesco Mengozzi, e altri 5 amministratori, accusati di aver affossato nel 2008 la compagnia di bandiera con “operazioni abnormi”, sprechi e dissipazioni tali da produrre un crac da 400 milioni di euro.

Cimoli ha affidato il suo destino al consulente Paolo Gualtieri che ha chiesto una Superperizia, in sede di processo preliminare. Richiesta respinta dal procuratore aggiunto Nello Rossi che, con i pm Loy e Pesci, hanno fronteggiato il tentativo di ribaltare le accuse, con cavilli e aggiustamenti peritali, soprattutto asserendo che nel contesto di Alitalia le decisioni erano collegiali e i piani aziendali tanto complessi da escludere per i singoli “accuse di bancarotta e ancor più di dissipazione”. Eppure il commissario Fantozzi ha scritto nella relazione che Alitalia, per qualche incomprensibile motivo, “pagava tutto il doppio”. Di chi la colpa? Nel gioco dello scaricabarile si sono esibiti illustri avvocati e ancor più illustri consulenti.

Come non tener conto della forza di interdizione dei sindacati o della politica nella mancata conclusione della vendita di Alitalia ad Air France? Molto si è glissato sul ruolo di ciascun amministratore nella “folle gestione” che, mentre la Compagnia di bandiera colava a picco, si preoccupava di garantire a 10 componenti del Cda 28 milioni di euro. E, visto che con la gestione Mengozzi, stipendi che si aggiravano sui 7 milioni, erano considerati troppo bassi, si è provveduto con compensi, gratifiche e indennità, prima che Alitalia fosse commissariata, ad assicurare oltre 9 milioni per “dirigenti con responsabilità strategiche”.

L’ultima carta giocata dalla difesa di Cimoli è stata che l’Alitalia “al di là della forma giuridica di stampo privatistico è di fatto un ente pubblico erogatore di servizi per la collettività” . Tesi fortemente contestata nella requisitoria da Nello Rossi, stupito da questo improvviso dietro front, visto che nel corso dell’intera gestione il management di Alitalia ha sempre rivendicato un ruolo privatistico per sottrarsi a norme e controlli statali: “Da viva era una società Spa, ormai defunta è divenuta una sorta di ente pubblico assistenziale, ricettacolo di clientele, facili assunzioni, operazioni spericolate…se poi ci sono state indebite pressioni politiche proprio per l’assetto societario il management aveva tutti gli strumenti per opporsi”.

Ma questo non è stato fatto “per loro sventura e per la nostra”. Cimoli, che oggi cerca di scaricarsi da ogni responsabilità, viene addirittura definito “dittatore”, così soprattutto a lui va addebitato il passaggio dalla vecchia alla nuova Alitalia, costato 4 miliardi ai contribuenti. Ancora 7 giorni di attesa per i 7 uomini d’oro. Che si vada a processo è scontato, la partita si gioca sulla qualità dei reati e delle aggravanti.

da Il Fatto Quotidiano del 13 febbraio 2013