Le maestre a chiamata emigrano ogni giorno. Si svegliano alle 3 del mattino, prendono il treno alle 4 e quando entrano a scuola, alle 8,30, sono già stanche. Vivono un caporalato senza caporali, organizzato dallo Stato, partono senza sapere se lavoreranno, aspettando una telefonata che arriverà, se arriverà, solo dopo un viaggio fatto di speranza e rassegnazione. Si mettono in attesa di una supplenza dormendo su treni sporchi, affollati e rumorosi. Oppure, sedendo in un bar della stazione Termini, aspettando pazienti, alle 7 del mattino, che il loro telefono squilli. Se la telefonata giungesse a casa non riuscirebbero ad arrivare in tempo a scuola e quindi perderebbero l’occasione. Così partono senza sapere cosa accadrà, lasciando famiglia e figli ancora nel sonno, sperando che un’influenza improvvisa induca la segreteria di qualche istituto a scorrere l’elenco dei nominativi nella lista del circolo, per far scattare una supplenza. Che può durare anche un solo giorno.

Le maestre a chiamata giungono a Roma da Aversa, dal casertano, da Villa Literno. Dalle città del lavoro agricolo, della raccolta semi-servile dei pomodori, degli immigrati chiusi nei ghetti di Castelvolturno. È da qui, ma anche da Formia, Latina, Frosinone, che ogni mattina, prima che faccia giorno, centinaia di pendolari della scuola pubblica, si mettono in cammino per uno, tre, quindici giorni di supplenza. Come Carla Pagano, in viaggio da dieci anni.

La incontriamo a Villa Literno, alle 4,37 sul regionale 12442 proveniente da Napoli. Arriveremo a Roma alle 6,49, poi lei dovrà arrivare nella zona dei Colli Portuensi, verso il sud della città. “Mi tocca un’altra ora di viaggio, ma arriverò a scuola prima dell’orario, quindi dovrò aspettare quasi un’ora prima che comincino le lezioni”. Ha il viso sereno, ma stanco. E si accende solo quando si parla dei bambini: “Li adoro e loro mi vogliono bene”.

Accanto a lei c’è Antonietta Bonanno, tre figli lasciati a dormire e una supplenza più serena che dura fino a giugno. “Ma sono otto anni che vado avanti e indietro: ieri mattina mi sono alzata alle 3 e sono tornata a casa alle 22, perché avevo la programmazione settimanale”. Carla, invece, sta per completare l’ultimo giorno, di tre, di supplenza. “Mi hanno chiamato lunedì mattina, ero appena arrivata a Termini, ma finirà domani (giovedì scorso, ndr). Poi tornerò di nuovo senza incarico”. E se non ne trova un altro? “Prenderò il primo treno per casa, sarà stato un viaggio a vuoto. Però”, sorride convinta dopo una pausa, “Mi sento fortunata: mia sorella ha trent’anni ed è a casa senza fare niente, io almeno ho un lavoro”.

La paga 47 euro alla giornata
Il treno è affollato, si è già riempito alla nostra fermata. Il controllore conosce tutti: “Pensi che una volta ho incontrato un’insegnante che andava da Salerno a Udine per una supplenza di due giorni”. Le maestre stendono dei foulard o delle lenzuola sui sedili – “sa, sono sporchi” – e cercano di dormire ancora un’ora o qualcosa in più. Il rumore su questo treno è assordante: “In tanti anni mi è venuta la labirintite” confessa Carla. “Hanno fatto l’alta velocità tra Roma e Napoli ma non hanno pensato ai pendolari” protestano le sue colleghe. Se questo convoglio è pieno, quello successivo, delle 5,51, lo sarà ancora di più. “Il lunedì si viaggia in piedi, ci sono anche quelli che si fermano la settimana a Roma, tornano il venerdì e poi ripartono il lunedì mattina”. Tutto questo, tra l’altro, ha un costo e Carla tira fuori dalla borsa i suoi biglietti, così facciamo due conti: “L’abbonamento al regionale costa 117 euro al mese, quello ai trasporti di Roma 35 euro. Spesso c’è un contrattempo, finiamo tardi oppure la metro si blocca, l’altro giorno ho dovuto prendere il taxi per tornare in stazione spendendo 40 euro”. Il totale è di circa 200 euro al mese. Ma i contrattempi possono essere anche altri: “Io ogni quindici giorni devo dormire in albergo – aggiunge una collega – perché la preside mi chiede di restare al pomeriggio: sono altri 80 euro”.

Quando scendiamo sul binario della stazione Termini si avvicinano altre insegnanti, ognuna ha una storia da raccontare. Sul treno sarannno state un centinaio.

Molte hanno avuto l’incarico tutto l’anno, sono più serene ma sempre stanche. “Io ho una figlia di cinque anni che sta sviluppando un grande spirito di sopravvivenza perché non riesco a starle vicino” racconta un’insegnante che preferisce non essere citata. Aspettano di entrare in ruolo da 5, 8 o 10 anni. “La situazione è peggiorata con la riforma Gelmini” concordano tutte. Quando è arrivato il maestro unico, con i tagli lineari e indiscriminati, i posti disponibili si sono ridotti drasticamente. “Dal 2010 non si riesce più a lavorare”.

E così, a centinaia – la Cgil Scuola di Caserta ne stima tremila – si sono spostate a Roma. E sono state costrette a passare in viaggio più ore di quelle passate in classe. La maestra con la bambina “dal forte spirito di sopravvivenza” racconta di quando ha perso il treno delle 17,15 e ha dovuto attendere tre ore prima del prossimo. “Quando sono arrivata a casa, mia figlia ormai dormiva”.

I due cellulari di Simonetta
Quelle che sono arrivate in anticipo o che devono aspettare la telefonata, si fermano al Momento, il bar sul ballatoio dell’atrio centrale. Le maestre di Marcianise hanno una proposta: “Se un Frecciarossa si fermasse a Caserta alle 6 del mattino, pagheremmo la cifra pur di poter dormire di più e viaggiare meglio”. La cifra, in realtà, è salata, l’abbonamento al treno veloce costa 300 euro, il doppio di quello regionale. Invece, una supplenza viene pagata 47 euro al giorno e gli stipendi mensili, quando va bene, superano a malapena i 1.100 euro. Del resto, un maestro di ruolo prende 1300 euro.

Come in una scena da sit-com, se ne vanno le insegnanti di Caserta e arrivano quelle di Frosinone. Simonetta ha 48 anni, tre figli e due cellulari: “Ho lasciato due recapiti” spiega con lo sguardo furente. “Sono partita alle 6 e ho viaggiato un’ora in piedi su un treno zeppo”. Con lei assistiamo alla scena chiave della giornata: il telefono squilla, lo sguardo si illumina, è una scuola che ha bisogno della supplenza: “Dovete ancora aspettare il certificato medico della titolare? Va bene, attendo che mi richiamiate”. Squilla anche l’altro telefono, Simonetta si divide tra due chiamate, nemmeno fosse una dirigente d’azienda. Sull’altra linea, l’offerta è la stessa, deve scegliere. “Farò tre giorni, fino a venerdì, così, almeno, avrò pagati anche il sabato e la domenica”. Se cumulerà almeno 78 giorni in un anno avrà diritto alla disoccupazione ridotta, oggi mini-Aspi, e quindi a circa 700 euro per un paio di mesi. “Nel 2012 ho lavorato 100 giorni”. Alla sua collega, seduta accanto, la tazzina di caffè vuota sul tavolo, invece andrà male. Non ha chiamato nessuna scuola, è costretta a tornare a casa, il viaggio è andato a vuoto. Se ne riparlerà domani.

Il Fatto Quotidiano del Lunedì, 11 febbraio 2013