Sembra incredibile, nell’epoca del brutto elevato a cifra estetica dominante, nel tempo delle energie votate alla sopravvivenza, della crisi finanziaria, morale, della consunzione di ogni idea di politica, ma basta guardarsi alle spalle e attraversare all’indietro qualche decennio per scoprire un paese ribollente di energia creativa, in grado di attrarre nella propria orbita artisti e sperimentatori, creatori di bellezza e visionari, per i quali l’esistenza quotidiana stessa diventava approdo naturale  dell’esperienza artistica, in uno scambio incessante e continuo.

Erano gli anni Settanta quando il coreano Nam June Paik arrivò in Italia, restandone per vent’anni ospite assiduo, da solo o con gli altri artisti della galassia Fluxus (quella nella quale fluttuavano pure John Cage e Yoko Ono, per citare qualcuno), impegnato in performance, mostre, scambi e dialoghi con critici, collezionisti e istituzioni. Alla Galleria Civica di Modena inaugura il prossimo 16 febbraio la mostra Nam June Paik in Italia, nelle sedi espositive di Palazzo Santa Margherita e Palazzina dei Giardini. La mostra, a cura di Silvia Ferrari, Serena Goldoni e Marco Pierini, vuole essere una riflessione sulla presenza e sull’influenza dell’artista nel nostro paese, a vent’anni dalla vittoria del Leone d’Oro alla Biennale d’Arte di Venezia del 1993.

Paik, uno degli esponenti di spicco del movimento Fluxus, è considerato il padre della videoarte: era il 1965 quando con la prima telecamera lanciata sul mercato dalla Sony filmò il traffico newyorkese in occasione della visita di Paolo VI, nel video Cafè Gogo, opera sancita come il primo video d’arte della storia. Un artista totalmente immerso nel flusso del proprio tempo, capace di precorrere scenari futuri, come quando, era il 1970, immaginava la creazione di “reti di telecomunicazioni elettroniche e fibre ottiche che collegassero Los Angeles a New York”, o quando, padre putativo di Youtube, si figurava la creazione di una rete globale di condivisione di video.

Nel corso della sua carriera Paik si è mosso tra arte, musica, teatro, fotografia, dando vita a memorabili esperimenti, come quando nel 1984 collaborò a “Good Morning, Mr. Orwell”, una trasmissione intercontinentale in diretta televisiva realizzata via satellite, il giorno di capodanno, dal Centre Pompidou di Parigi e dal Museum of Modern Art di New York che vide coinvolti personaggi come Laurie Anderson, Peter Gabriel, John Cage, Merce Cunningham, Salvador Dalí e Joseph Beuys.

Il legame con l’Italia nasce dall’amore per l’Opera italiana, di cui apprezzava la commistione di musica, movimento e scena.A testimonianza di questo amore i robot dedicati a Maria Callas e Luciano Pavarotti, assemblati secondo le sue modalità di creazione, con pezzi di radio e televisori, fedele all’ossessione eterna degli schermi e degli apparecchi elettronici.
La mostra proseguirà fino al 2 giugno. Per tutte le informazioni si rimanda al sito http://www.comune.modena.it/galleria