Nonostante il calo della produzione industriale e la chiusura di migliaia di fabbriche, l’Italia rimane un paese a forte vocazione manifatturiera. La campagna elettorale però è interamente monopolizzata dal tema delle tasse. Siamo oramai davanti a una gara a chi la spara più grossa: abolirò l’Imu, taglierò l’Irpef, abbatterò l’Irap e così via.

In tutte le forze politiche si è diffusa l’idea, mi viene da dire l’ideologia, che l’unico strumento della politica economica sia quello fiscale e che quindi l’unico punto rilevante sia quello di capire come ridurre la spesa pubblica per poi tagliare le tasse. Sono convinto anche io che il livello della pressione fiscale, in Italia, sia troppo elevato ma va anche detto che altri paesi con pressione fiscale elevata se la passano meglio dell’Italia, basti pensare alla Germania o alla Svezia.

La questione centrale è che chi dietro l’idea che il governo debba solo restituire i soldi agli individui e alle imprese si nasconde una visione secondo la quale una volta restituiti i soldi agli individui, basterebbe l’agire del mercato per far crescere l’Italia. Questo mi sembra più un atto di fede che un fatto corroborato da evidenza empirica. Prendiamo l’esempio dei soldi ridati alle persone, sotto forma per esempio di meno tasse sul reddito, ebbene vi è il rischio concreto che una parte rilevante di questi soldi aggiuntivi venga risparmiato, dato l’altissimo livello di incertezza e di paura che c’è oggi in Italia. Un aumento dei risparmi non avrebbe un effetto positivo sulla domanda interna e quindi non avrebbe effetto sulla crescita. In secondo luogo vi è il rischio concreto che una parte cospicua del reddito aggiuntivo ricevuto dalle famiglie venga speso per acquistare beni d’importazione. Basta ricordare gli effetti scarsissimi che ebbero sulle vendite della Fiat gli incentivi sulla rottamazione delle automobili introdotti a più riprese da vari governi italiani. Gli incentivi alla rottamazione fecero crescere le vendite di automobili straniere, favorendo quindi la produzione di altri paesi e non quella italiana.

E’ pazzesco pensare che nessuno dei partiti in gara abbia nei fatto un progetto per rilanciare l’offerta, per favorire la ripresa industriale, per rafforzare l’industria manifatturiera. Assistiamo sgomenti ma immobili alle crisi di questa o quella industria italiana e ci rassegniamo all’idea che nulla si possa fare se non aspettare quel mitico giorno in cui si potranno tagliare le tasse.

Ma perché l’industria manifatturiera è importante?

1. L’industria manifatturiera assicura stipendi e salari più elevati rispetto agli altri settori: un ingegnere o un perito guadagnano di più se sono occupati in un’impresa manifatturiera rispetto a un loro collega con pari inquadramento che lavori in una società di assicurazioni o in una società di trasporto. Questo è un fenomeno che si riscontra in tutti i paesi e da sempre. La ragione è legata al fatto che nell’industria manifatturiera la produttività è sistematicamente più elevata che nei servizi. Produttività più alta che si consente di pagare stipendi e salari più alti.

2. L’industria manifatturiera ha il duplice vantaggio di dare lavoro sia a tecnici ad elevato capitale umano (ingegneri, ricercatori, scienziati, manager etc.) sia a una vasta platea di lavoratori manuali a minore capitale umano. Le imprese industriali consentono di dare lavoro a molteplici figure professionali e in grandi quantità. Nei servizi invece sono solo alcune le professionalità che trovano maggiormente impiego e spesso con qualifiche basse.

3. La gran parte dell’attività di ricerca e di innovazione tecnologica è legata alla manifattura. E’ la presenza di una forte industria manifatturiera che consente a certi Paesi di avere una leadership tecnologica. E la ricerca tecnologica ha il pregio di generare spillovers: produce tecnologie che poi possono essere impiegate anche in altri settori.

4. I prodotti dell’industria manifatturiera  sono beni fisici che possono essere esportati (tradables) e questo consente di avere un buon interscambio con l’estero, consente insomma di poter avere delle entrate con le quali poi acquistare dall’estero altri beni.

Il punto però è che non basta il mercato da solo per far nascere e crescere una buona industria manifatturiera. In assenza di un disegno strategico di politica per l’industria si rischia di perdere, pezzo a pezzo, quella che abbiamo costruito con fatica e sacrifici negli scorsi decenni e di non avere poi la base per farne sviluppare una nuova.