L’azienda indagata per appalti truccati e truffa continua a riscuotere le tasse. In Piemonte è stata sospesa la gara per assegnare la riscossione del bollo auto dopo gli arresti dei vertici della Gec, società cuneese che in tutti questi anni ha controllato la gestione imponendo i suoi prezzi, come rivelato da un’indagine della Procura di Torino. I servizi, che dovevano cominciare con il 2013, non sono stati ancora assegnati e la Gec, commissariata dal Tribunale, continuerà fino al 31 maggio con un contributo regionale di sei milioni di euro.

Per la Regione, sull’orlo del collasso finanziario, è un sistema che le permette di incassare la tassa, pagare i suoi stipendi e mantenere l’occupazione dei 120 impiegati della società di riscossione, ma l’accordo è pure un costo per la comunità e una beffa per le aziende concorrenti, già raggirate dai metodi della società cuneese. Secondo gli operatori del settore, è una maniera “per far continuare l’azienda che ha truffato la Regione e distribuito mazzette.

Lo scorso 8 gennaio il Consiglio regionale ha approvato all’unanimità una mozione con cui spinge la giunta di Roberto Cota a “internalizzare” i servizi di riscossione. In quell’occasione l’assessore alle Finanze Giovanna Quaglia (Lega Nord) dichiarava che “sono già in fase di adozione tutte le misure tecniche ed organizzative per procedere rapidamente”. Eppure proprio lei, nel giorno degli arresti dei vertici della Gec e dell’ex funzionario regionale Giovanni Tarizzo, ricordava che era in corso una gara d’appalto per far terminare l’affidamento diretto all’azienda cuneese.

Già dal 1° gennaio i servizi di riscossione semplice e riscossione forzata dovevano essere gestiti dalle ditte vincitrici delle gare bloccate. Per il primo servizio (base d’asta di venti milioni di euro spalmati su due anni) sono state aperte solo le buste con le offerte tecniche. Per la Gec l’ha curata il commissario giudiziario Claudio Giordana, basandosi su costi standard. Il 18 dicembre funzionari regionali avrebbero dovuto aprire pubblicamente le buste con le offerte economiche, ma è tutto fermo. La base d’asta, secondo la fonte del Fatto quotidiano, è molto dubbia: “Per ogni anno il servizio costa 8,4 milioni di euro – spiega – Io dico che a fatica il costo del servizio può arrivare a 3,5 milioni, con un 15 per cento di margine di guadagno. Solo dopo aver letto dell’indagine ho capito perché si partiva da una cifra così alta. È fondata sui prezzi imposti dalla Gec”. L’indagine del pm Giancarlo Avenati Bassi ha rivelato infatti che con l’affidamento diretto la Gec faceva pagare alla Regione Piemonte tre volte i costi sostenuti dalle altre regioni.

Per quanto riguarda il servizio di riscossione coattiva l’offerta della Gec è arrivata prima degli arresti ed è risultata essere la migliore con un ribasso del 90 per cento rispetto la base d’asta di 4,5 milioni di euro. “Di solito in queste condizioni l’offerta viene esclusa perché anomala, evidentemente sottocosto”, spiega il consigliere regionale Roberto Placido (Pd). L’amministrazione regionale per il momento ha chiesto alla Gec dei documenti per capirci di più.

Con gli appalti sospesi e l’indagine in corso l’azienda commissariata può continuare in base a una norma della legge sulla responsabilità sociale delle imprese: svolge un pubblico servizio e rischierebbe di mandare per strada dei lavoratori. Inoltre “la società commissariata è l’unica che può garantire il servizio senza stop e senza ulteriori danni alla Regione – afferma il commissario giudiziario Claudio Giordana – Il passaggio di consegne richiederebbe tempo”. Un funzionario del settore finanze di piazza Castello sostiene che “se non fosse continuata la riscossione avremmo avuto problemi a pagare gli stipendi di novembre, dicembre e le tredicesime”. Quindi la Regione per incassare il bollo ha dovuto affidarsi alla Gec, che però stava rischiando la bancarotta. Per questo motivo la sera della vigilia di Natale il tribunale è riuscito a strappare all’assessore alle Finanza Giovanna Quaglia (Lega) un accordo: la restituzione alla società di 15 dei 20 milioni di euro di debito per garantire il servizio fino a maggio.

Il Consorzio per i servizi informativi, un ente partecipato pure dalla Regione, potrebbe realizzare il sistema informatico nel giro di due mesi, ma molti sono certi che difficilmente si potrà istituire entro la fine di maggio un servizio interno di riscossione che necessita anche di circa dieci dipendenti (la Regione non può assumere). Sono dubbi manifestati pure da Placido: “La Regione non è in grado, né oggi né a breve, di gestire la riscossione. Il servizio dovrà per forza essere affidato all’esterno”. Lo conferma il commissario: “Penso che la Regione riuscirà ad attuare il servizio entro la fine dell’anno”. Quindi nel frattempo cosa accadrà? Verrà riaperta la gara in maniera regolare o la giunta leghista darà un’altra proroga alla Gec, azienda che sponsorizzava il figlio del Senatur Riccardo Bossi? “Basterebbe aprire le buste e affidare il servizio. L’internalizzazione può avvenire dopo”.

Nell’attesa di vedere cosa succederà il pm Avenati Bassi continua a indagare seguendo il filone dei fondi neri, forse usati per corrompere politici e funzionari. Negli scorsi giorni ha interrogato l’assessore regionale al Commercio William Casoni, candidato al Senato per Fratelli d’Italia e indagato per concorso in turbativa d’asta. Nelle intercettazioni viene chiamato “l’uomo del dieci per cento”, ma lui ha respinto ogni accusa.