Mi risulta che abbiano anche fatto collocare bombe carta ed altri ordigni per intimidire gli imprenditori. Salvatore D’Aleo era quello solitamente incaricato di compiere questi attentati, utilizzando anche benzina.

Con queste parole il pentito Carmelo Mendolia descrive il ruolo di Salvatore D’Aleo all’interno della cosca dei Rinzivillo guidata a Busto Arsizio (Va) dal gelese Rosario Vizzini. D’Aleo è stato ucciso proprio dalla cosca a cui apparteneva perché ritenuto una testa calda che non si riusciva più a tenere a bada. Eppure nella sentenza che condanna Rosario Vizzini come mandante, e Fabio Nicastro come uno degli esecutori, c’è spazio anche per 100 mila euro da liquidare alla famiglia di Salvatore D’Aleo che si è costituita parte civile al processo.

Perché? A dire dei familiari perché non c’entrava nulla con quella brutta gente che taglieggiava imprenditori della provincia di Varese. La realtà è che nonostante i giudici scrivano che i soggetti sopraindicati sono stati condannati “per aver fatto tutti parte unitamente a Salvatore D’Aleo ed altri da identificare di una associazione per delinquere di stampo mafioso armata, diretta da Rosario Vizzini e Fabio Nicastro, finalizzata alla perpetrazione di una serie indeterminata di estorsioni, attentati incendiari ed azioni intimidatrici ai danni di imprenditori”, essendo stato ucciso prima che iniziassero le indagini, giuridicamente Salvatore D’Aleo è una vittima innocente. È la storia della legge che trova il maggiore limite in sé stessa ed i magistrati non possono fare altro che applicarla.

D’altronde tutti sono innocenti fino a una sentenza definitiva di condanna ed ovviamente un morto non può essere processato. Quindi accade che 100 mila euro dello Stato italiano andranno a rimborsare i familiari di un mafioso che probabilmente ne ha ottenuti con minacce ed intimidazioni molti di più.

È sicuramente da rispettare il dolore di una famiglia che comunque molto probabilmente è estranea alle logiche mafiose di cui faceva parte Salvatore D’Aleo e che di certo ha ricevuto un danno da questo omicidio. Mi chiedo solamente cosa possano provare i migliaia di familiari di chi è stato ucciso perché la mafia la contrastava ed ancora oggi si ritrova senza nemmeno il nome di chi ha compiuto quell’omicidio. O di chi è stato costretto a cambiare vita, nome e luogo, perdendo molto spesso la maggior parte del proprio patrimonio e costretto ancora oggi a vivere nella paura. Non si può e non si deve mettere a confronto il dolore di famiglie a cui è stato strappato un proprio caro, sarebbe una guerra tra poveri, ma certo qualche riflessione è il caso per lo meno di iniziare a farla.