Chioschi alimentari “on the road” curati nei minimi dettagli, programmi televisivi che elencano i migliori venditori di street food nel mondo, festival “dedicati”, da San Francisco a Rimini e grandi cuochi che si prestano all’arte del cibo di strada reinventando ricette tradizionali oppure creando luoghi di consumo che sembrano ricalcare, con le dovute evoluzioni di offerta e architettura, le antiche tabernae romane.

Al “Mercato”, ad esempio, si ha la possibilità di assaggiare lo street food di tutto il mondo, preparato dagli chef Eugenio e Beniamino. Il “cibo di strada” vive un grande ritorno e piace sempre di più.

Lonely Planet ha di recente pubblicato una nuova guida “Street food” (edita da Edt al costo di 19,50€), con indirizzi, ricette e cenni sulle tradizioni dei cibi di strada più famosi del mondo.

Lontana dalle rivisitazioni dei ristoranti stellati e più vicina all’autenticità dell’idea di “cibo di strada”, la guida viaggia per le vie di tutto il mondo e sfogliandola si ha come l’impressione di sentire l’odore dei cibi che, spesso, al ritorno da un viaggio resta nelle narici come il timbro nel passaporto, a suscitare ricordi a volte più nitidi di quelli visivi.

Un segreto che ho imparato sfogliando la guida, ad esempio, è che il miglior panino del mondo non si mangia a Roma o a Firenze, ma in Vietnam (secondo gli autori, ovviamente: sono convinta che battere i panini della Bottega di Gragnone – Arezzo – resti una durissima impresa, ma voglio dar loro una chance). Trattasi del Banh, una piccola baguette leggermente abbrustolita, spalmata con un sottile strato di maionese e paté, che viene farcita con carne, croccanti verdure sottaceto ed erbe aromatiche. Sembra buono: se vi capitasse di passare dalle parti di Hoi An (… cose che capitano, no? Oggi sei in tangenziale bloccato nel traffico, domani ad Hoi An) andate ad assaggiare il Bahn di Phuong (costo del panino 19000 dong, circa 0,75€).

Se invece vi trovate a New York, oltre al tradizionale hot dog, potete assaggiare un’altra prelibatezza “street”: il Knish, un fagottino di sfoglia cotto al forno, farcito con patate schiacciate, crauti, cipolle, carne e formaggio (e una prece per il colesterolo). I più buoni si trovano da Knish Nosh, a Forest Hill (costo 2,80€ al pezzo).

Molti anche gli indirizzi italiani raccolti nella guida e non potrebbe essere altrimenti: arancini, lampredotto, piadina, pan co’ grifi, cecina, arrosticini, solo per citare alcuni esempi, è vero che ogni regione italiana offre i suoi tipici cibi di strada, spesso vere e proprie eccellenze gastronomiche.

L’attore Ishai Golan, con il suo programma “Street food”, si dimostra fedele all’idea di Briffault secondo la quale “La cucina di un popolo è la sola testimonianza della sua civiltà”, e conosce i paesi che visita soprattutto attraverso la cucina di strada.

In un contesto socio culturale in cui la parola “impiattamento” è abusatissima (immagino surreali conversazioni in ascensore, soprattutto all’indomani della puntata Masterchef: “Impiattato bene ieri sera?” “Sì dai, non c’è male grazie”), lo “street food” ci fa ricordare che mangiare in modo gustoso, genuino e prendendosi anche i tempi giusti, si può. In molti modi diversi, semplici e di grande resa. Senza troppe scenografie.