Volete un esempio di come la prospettiva definisce l’oggetto? Eccolo: visto con gli occhi del virus, l’antivirus è uno stronzo.

Per noi no, invece; per noi l’antivirus è un eroe. L’anticiclone è un eroe. Pure l’antiruggine non scherza. Su questa falsariga, arriveremmo a dover ammettere che nella diade politica/antipolitica, la valenza positiva spetti a quest’ultima. Niente di più fuorviante, poiché a monte si annida un equivoco preoccupante. Da troppo tempo si consuma infatti una stravagante inversione di termini che convoglia, nel generico e qualunquista nome di antipolitica, le molteplici forme circolanti di dissenso, opposizione, critica o pura e semplice disaffezione nei confronti delle istituzioni e della politica intesa in senso istituzionale. Da qui l’equivoco. Sì, perché per me l’antipolitica non è la forza uguale e contraria alla politica, ma è la politica stessa, quando viene fatta male, quando devia, quando è manipolata e abusata. Di conseguenza, la buona politica, ovvero la politica nel suo significato naturale, è anche reazione allo svilimento della gestione della cosa pubblica e dell’interesse collettivo. È incredibile come le parole possano andare alla deriva. E se di deriva parliamo, allora parliamo anche di fuga. Fuga dalla politica, intendo.

Da più parti la si evidenzia ed enfatizza. Eppure, nei quartieri delle nostre città incontro molte persone che si attivano per affrontare insieme problemi comuni, dando corpo a occasioni e luoghi d’incrocio tra gruppi e individui. Fioriscono risposte condivise a questioni legate all’educazione e all’accudimento dei figli, iniziative di tutela della salute ambientale e perciò del cittadino, esperienze di acquisto solidale e così via, fino a forme più strutturate di presa in carico e di cura – alla bisogna anche molto professionale – delle aree più fragili della nostra società.

Insomma, ci si organizza per partecipare alla costruzione della città. Dal basso. E non solo in senso figurato. Vedo infatti nascere, in angoli depressi, spazi verdi concepiti per il benessere del quartiere, edifici fatiscenti recuperati per accogliere esperienze di socialità o di cura.

Considero tutto questo una esemplare modalità di partecipazione politica. Anzi, mi convinco sempre più che sia questa la modalità da favorire per tentare l’uscita dalla crisi della politica, che è anche la crisi della democrazia, non solo nel nostro Paese. Per invertire la tendenza, urge un mutamento di attitudine istituzionale: chi amministra deve imparare a (pro)porsi come tessuto connettivo, come terreno di coltura capace di favorire il dialogo della politica con le forze sociali che partecipano, a tutti i livelli, alla costruzione della città, tutelando le identità specifiche ma integrandole in un disegno condiviso. Per questo servono convinzioni nuove e un approccio sano alla politica veramente libero dagli interessi di parte.

Certo, si richiede maturità anche alle molteplici forze sociali di cui parlo, perché possono essere in agguato la tentazione dell’autoreferenzialità, l’incapacità di allargare lo sguardo, di uscire dagli interessi specifici del proprio orticello. La scelta di mettersi in rete, raccontarsi, ascoltare gli altri, assumere comportamenti trasparenti e sociali diventa allora un atteggiamento irrinunciabile.

Occorre però vigilare. Ricordate il discorso della prospettiva e di come questa marchia l’osservazione? Ecco: ci sono forze che a plasmare la città ci mettono un attimo, ma a modo loro! Cosche e lobbisti sanno interloquire con la politica con la stessa perversa naturalezza con cui tirano in piedi quartieri. Penetrano le istituzioni e le abitano adattandosele come abiti su misura. Anche loro guardano alla città e al suo futuro con attenzione. Specialmente in periodo di elezioni

E questa sembra essere stata proprio un’abitudine del nostro Paese se Francesco Rosi, cinquant’anni fa, iniziava così Le mani sulla città.

“Lo so che la città sta là e che da quella parte sta andando perché il piano regolatore così ha stabilito. Ma è proprio per questo che noi da là la dobbiamo fare arrivare qua. […] La città va in là e questa zona agricola quanto la puoi pagare oggi… trecento, cinquecento, mille lire al mt2?

Ma domani questa terra, questo stesso metro quadrato, ne può valere sessanta, settanta mila. Eppure di più. Tutto dipende da noi, il cinque mila % di profitto. Eccolo là quello è l’oro oggi”.