stampaGiornalisti e politici vanno troppo a braccetto in Italia

Testata: myeurop.info
Data di pubblicazione 22 gennaio 2013
Articolo originale di Ariel Dumont
Traduzione di Chiara Cavedoni e Claudia Marruccelli per www.italiadallestero.info

In Italia, stampa e politica vanno talmente a braccetto che non si contano più i giornalisti che si presentano alle elezioni. Relazioni fra consanguinei rese più strette dalla crisi della stampa.

Prima di optare per la professione di dittatore fascista, Benito Mussolini aveva diretto il giornale socialista “Avanti!”. Questo non significa che tutti i giornalisti italiani che si apprestano a partecipare il prossimo 25 febbraio alle elezioni per ottenere un seggio alla Camera o in Senato sognino un destino simile. Ma di fronte al crescente numero di giornalisti pronti a dare in cambio la loro penna per il titolo di “Onorevole” di cui si foggiano i rappresentanti politici italiani, il parallelismo è d’obbligo.

Oltralpe la stampa ha da sempre fatto intrallazzi con la politica. “Ma non come fanno i francesi” sottolinea il giornalista Alessandro Farrugia del gruppo QN. In Italia i flirt non finiscono come in Francia. I giornalisti hanno storie d’amore più o meno lunghe e più o meno segrete con i politici, ma non vivono insieme. “Questo non fa parte delle nostre abitudini” ironizza. “Non coppie miste come Valérie Trierweiler [giornalista e compagna di Hollande, N.d.T.] e François Hollande, ma relazioni più informali. In Italia, preferiamo la fusione. L’unione tra consanguinei fa sì che non sia più possibile scindere le due professioni”. Un giornalista iscritto all’Ordine professionale può lavorare in un giornale o un emittente radiotelevisiva e allo stesso tempo essere addetto stampa per un’azienda o un politico. Per la Commissione dell’Ordine dei giornalisti italiani le due cose non sono incompatibili.

“Non si può scrivere articoli su un partito politico e allo stesso tempo occuparsi delle sue relazioni pubbliche” insorge Oswaldo Scorrano, critico cinematografico del quotidiano romano La Repubblica. Nel settore cultura, molti giornalisti passano regolarmente da un lato all’altro della barricata. In Francia è più complicato: [in Italia] il ritorno al giornalismo, dopo essere stati al servizio di un partito o di un governo, è certo.

Meglio politico che freelance

Ma la deontologia, in Italia come in Francia, si scontra con le difficoltà della vita quotidiana: “Bisogna pur mangiare, e la stampa paga così poco” si giustifica un collega specializzato nel tenere i piedi in due staffe. Per non parlare dell’incertezza nei tempi di crisi, con i posti da giornalista a tempo pieno diventati merce rara. L’altra soluzione per assicurarsi un reddito fisso è farsi eleggere. “Ho sessant’anni, nel giro di due mesi sarei sicuramente stato rimpiazzato. Certo, potrei trovare collaborazioni qua e là, ma niente di stabile” confida Corradino Mineo.

Direttore della testata d’informazione RaiNews, questo siciliano dall’occhio tenebroso è stato candidato come capolista al Senato nella sua regione dal Partito Democratico. Afferma di essere sceso in politica prima di tutto per convinzione. “Credo di poter fare qualcosa per il Paese. Conosco bene la politica, visto che me ne sono occupato per quasi quarant’anni, quindi perché non provare?”

Come lui, un’altra dozzina di giornalisti hanno deciso di partecipare alla competizione elettorale. E’ il caso di Ernesto Auci, ex direttore del quotidiano finanziario Il Sole 24 Ore. Contattato una decina di giorni fa da Mario Monti, questo giornalista sulla sessantina, seducente ed elegante, ha accettato senza esitazioni di candidarsi a Torino.

Oscar Giannino, suo ex collega del Sole 24 Ore, ha preferito fondare un suo partito, Fermare il declino. Ida Dominjanni, del quotidiano comunista Il Manifesto, si presenta sotto l’egida di Sel, il partito alleato del PD fondato dal Governatore della Puglia, Nichi Vendola.
Alle prossime politiche, i giornalisti busseranno così alle porte di Camera e Senato, a destra come a sinistra.

“Non abbiamo più nessuna credibilità”

Ma non tutti saranno eletti. Cosa fare in caso di fallimento? “Ripiegare sulla stampa” affermano Michele Santoro e Lilli Gruber. Dopo aver battuto per anni gli studi televisivi  della Rai, hanno scelto un seggio al Parlamento Europeo nel 2004. L’esperienza non deve essergli piaciuta troppo, visto che i due giornalisti hanno scelto di tornare alle origini prima della fine del loro mandato.

“I giornalisti candidati alle due camere riflettono il malessere della nostra professione. Non abbiamo più alcuna credibilità, siamo divorati da scandali di corruzione e tangenti. Alcuni giornalisti sono pagati per intervistare i politici, la maggior parte sono ridotti al ruolo di cortigiani. Ma alla fine questa situazione si inserisce perfettamente nel contesto italiano, un contesto dove tutto è permesso e dove l’etica è stata abolita” tuona un altro collega.

Così, se “il giornalismo porta a tutto. A condizione di uscirne” come affermava nel diciannovesimo secolo lo scrittore e critico Jules Janin, in Italia nella maggior parte dei casi porta alla politica. Resta allora da scoprire a cosa questa porti a sua volta…