Mio figlio ventunenne vuole emigrare in Australia perché, dice, questo Paese è oramai “terra bruciata”. Ciò mi riempie di amarezza e mi chiedo dove ha sbagliato la mia generazione per consegnare ai suoi eredi un Paese invivibile.

La mia risposta istintiva è che abbiamo dato troppo spazio agli egoismi dei padroni e della finanza. Una quota sempre più ridotta del reddito nazionale è a disposizione di noi lavoratori dipendenti, mentre dilaga la disoccupazione, specie fra i giovani che, come figlio, non riescono a vedere un futuro praticabile. Abbiamo insomma fatto troppa poca lotta di classe. Sarebbe ora di invertire la tendenza.

Leggo oggi sul manifesto la recensione di un noto e valido giuslavorista come Piergiovanni Alleva, maestro di tanti giuristi democratici, al libro scritto da Maurizio Zipponi, dirigente operaio e sindacale di cui ho sempre apprezzato la capacità di combinare radicalità e concretezza. Scrive Alleva: “la vittoria totale della strategia che ha scommesso sul portare indietro i lavoratori di un secolo e oltre come motore di un nuovo sviluppo coincide con il suo amaro fallimento. Il risultato è quello nel quale ci troviamo immersi: un vicolo cieco dal quale i governi che si sono succeduti nel corso della scorsa legislatura hanno provato a uscire con la stessa strategia fallimentare, fare cassa a breve senza alcun progetto strategico e senza nessuna idea di una politica economica di ampio respiro adeguata ai tempi e alle loro necessità”.

Riusciremo  a uscire da questo vicolo cieco e dall’abbraccio mortifero del grottesco berlusconismo e del solo apparentemente più serio montismo? Riusciremo a salvare questo Paese dal declino cui sembra condannato ridando speranza e motivazione ai nostri giovani?

Oggi voglio usare questo mio spazio per rivolgere una proposta a Ingroia, Bersani,Vendola e a Beppe Grillo e al Movimento 5 Stelle. La proposta è la seguente. I leader appena menzionati firmino, a nome delle rispettive forze politiche o movimenti, la seguente solenne dichiarazione:

“I sottoscritti …  a nome delle rispettive forze impegnate nella prossima competizione elettorale si impegnano solennemente di fronte al popolo italiano a introdurre, con un’apposita legge che sarà votata dal prossimo Parlamento, un’imposta patrimoniale che colpisca in modo adeguato la ricchezza del 10% della società nazionale che, come da studi della Banca d’Italia, possiede il 45% della ricchezza. Le risorse ottenute mediante tale imposta saranno destinate a un Piano nazionale per il lavoro, che veda investimenti pubblici adeguati per riconvertire le aziende in crisi e l’occupazione giovanile in settori di pubblica utilità. I sottoscritti formano fin d’ora un comitato tecnico, formato da economisti e giuristi che elabori la detta proposta”.

Un segnale di unità e alternativa che sembra particolarmente utile e opportuno in un momento in cui perfino Bersani sembra riscoprire, e ci si augura che non si tratti solo di un riflesso condizionato pre-elettorale, le ragioni profonde dell’antimontismo. Un modo per mettere i contenuti davanti alle polemiche, a volte non proprio comprensibili, che tendono a prevalere sul dibattito in merito ai contenuti. Un modo, inoltre, per capire quali siano le prospettive reali delle forze politiche dopo le elezioni. Se cioè ci avviamo verso una riedizione del governo Monti ovvero c’è effettivamente spazio per l’alternativa nel nostro Paese. Io temo fortemente che, al di là delle chiacchiere, ci si avvii verso la prima ipotesi. Ma non va lasciato nulla di intentato per operare una vera svolta, a partire dalla salvaguardia dei diritti e dei redditi di noi lavoratori indipendenti.

Per salvare questo Paese occorre un’alternativa che dovrà partire dalla riscoperta e dal rilancio del fattore sociale ed economico più disprezzato e umiliato dai governi negli ultimi vent’anni e cioè il lavoro: quello che c’è e va tutelato, quello che non c’è e va creato.