Tra tutte le scartoffie che da tempo popolano la mia libreria e che attendono di essere selezionate, impacchettate e destinate al riciclo, ho ritrovato un documento interessante. Si tratta della “Relazione conclusiva” della “Commissione consiliare d’indagine” del Comune di Rimini.

Poiché la carta è ingiallita non vi sono dubbi che si tratti di un documento scritto tanti anni fa: i caratteri utilizzati sono tipici della macchina da scrivere.

La sfoglio velocemente per capire se merita attenzione e l’occhio cade su queste righe: “In primo luogo si segnala la situazione estremamente preoccupante della Riviera Romagnola(….)Negli ultimi tempi si è verificato un salto di qualità del tipo di malavita gravitante in riviera. Si assiste infatti al dilagare della droga, con tutte le sue implicazioni, si è di fronte ad attentati ed incendi di pubblici esercizi in diverse località della riviera, furti e vandalismi a stabilimenti balneari, omicidi che, per circostanze e luoghi, fanno pensare a ipotesi di regolamento di conti fra clan opposti”.

Si trattava di una dichiarazione rilasciata ben 29 anni fa dall’allora Presidente della Giunta Regionale dell’Emilia Romagna, dopo un incontro tenutosi il 12 dicembre del 1983 con il ministro degli Interni Scalfaro, sulle problematiche dell’ordine pubblico in Regione.

Quattro mesi dopo, il 15 marzo del 1984, il Consiglio comunale di Rimini con una delibera decise di istituire una Commissione di indagine, “in settori di attività comunale”. Titolo generico ma, come si vedrà, dalla sostanza inquietante.

In Consiglio c’era stato un dibattito che aveva preceduto la nomina dei Consiglieri comunali per la formazione della Commissione di Indagine e in quell’occasione il sindaco aveva sottolineato come vi fosse il pericolo che la vita cittadina potesse essere inquinata da una presenza malavitosa di carattere mafioso.

Negli anni ’80, in un periodo di recessione, Rimini a livello nazionale aveva scalato tutte le classifiche quanto a produzione del reddito individuale. Non si trattava di sole attività lecite ma anche di riciclaggio.

La Commissione aveva il compito di indagare e esaminare le pratiche amministrative di soggetti che dimoravano in città, colpiti da provvedimenti giurisdizionali per reati di grave allarme sociale e quindi di instaurare rapporti con la magistratura e gli organi di polizia.

Già all’epoca, si parlava del rischio di infiltrazioni mafiose nel territorio e della troppa facilità con la quale alcuni malavitosi in soggiorno obbligato riuscissero ad ottenere la residenza e le licenze per l’apertura di attività commerciali.

All’avvio della seduta del Consiglio Comunale del 29 dicembre 1983, pochi mesi prima dell’istituzione della Commissione, il sindaco aveva usato toni preoccupati su un possibile deficit di iniziativa e di controllo di alcuni uffici pubblici sul fenomeno dell’aumento delle “residenze facili”: “….. questo tipo di attività poteva trasferirsi su un piano legale, addirittura su quello della complicità di vari uffici pubblici”.

Qualche mese dalla sua istituzione la Commissione d’indagine, riportandone testualmente le parole, presentava il suo dettagliato rapporto confermando la presenza di personaggi legati o appartenenti alla malavita organizzata con i possibili riflessi critici sull’economia locale, in specie nel settore turistico.

La relazione venne messa all’ordine del giorno del Consiglio comunale nell’ultima seduta utile prima della decadenza naturale per andare a nuove elezioni.

La Relazione delle Commissione Consiliare di indagine non venne mai votata. Venne data la priorità ad altri argomenti e allo scoccare della mezzanotte il Consiglio fu sciolto. La relazione fu archiviata senza alcun esito. Erano i lontani anni ’80.