I sondaggi, quelli veri, girano solo nello stretto entourage del leader. L’ordine di scuderia è infatti quello di mistificare una cruda realtà che ormai da giorni ha preso il posto degli incubi peggiori nelle notti dei centristi Udc, ovvero il partito che non riesce ad arrivare alla Camera neppure al 4%. Mario Monti, con la sua nuova aggressività in campagna elettorale, si sta portando via dall’Udc quella parte di elettorato cattolico e conservatore che il partito di Pier Ferdinando Casini non riusciva più a convincere, né a trattenere. E il leader dello scudo crociato, ora, si morde le mani; la benedizione politica e la spinta propulsiva alla credibilità della Lista Monti verso il suo elettorato gliela ha data proprio lui al Professore. E ora, invece, Monti sta facendo un gioco tutto personale, quasi una manovra ad escludendum di quelli che dovrebbero essere i suoi principali alleati, ossia Casini e Fini.

Ma c’è anche di più, molto di più. Quello che sta squassando il fronte centrista è anche una battaglia intestina che riguarda una poltrona di prestigio: la Presidenza del Senato. Che Casini aspiri a ricoprire quell’incarico, in virtù del suo possibile, prossimo “peso” nell’equilibrio del governo che verrà, è noto. Quello che lo era meno, fino a ieri, è che questo appetito adesso sia maturato anche nel ventre molle montiano, che punta proprio sul Professore come successore “naturale” di Schifani. Sfumato il Quirinale, Monti ambisce quindi a diventare la seconda più alta carica dello Stato in attesa di poter ricoprire l’incarico agognato da una vita, quello di presidente della commissione Europea al posto di Van Rompuy. Casini, saputo del nuovo obiettivo del premier, si sta preoccupando ancora di più.

La ‘guerra fratricida’, come ieri spifferava l’informatissima Velina Rossa di palazzo, può danneggiare ulteriormente il leader Udc. Tanto che “l’ex presidente della Camera si è informato sull’esistenza di precedenti di senatori a vita che siano divenuti presidenti del Senato”, dice il foglio diretto da Pasquale Laurito. Monti ha più chance di Casini? Difficile dirlo. Sempre secondo la Velina Rossa, “nel 2006 fu proprio lui, Casini, insieme all’alleato Berlusconi, a candidare il senatore a vita Giulio Andreotti, definito ‘super partes’, e poi sconfitto dal senatore Marini“. Dunque, chi entra Papa può sempre uscire cardinale, ma di sicuro questo nuovo colpo Casini proprio non se lo aspettava.

Dopo il voltafaccia con Napolitano, adesso Monti sta facendo la stessa cosa con i suoi compagni di viaggio: tradisce. Qualcuno sospetta che il Professore, oltre a lavorare per ricavare comunque uno scranno più alto di quello già in suo possesso di senatore a vita, una volta saccheggiato il bacino elettorale Udc a suo esclusivo vantaggio, poi sia tentato dal gettare a mare i principali alleati, ormai considerati inutili zavorre. Tarpando per sempre le ali al vero sogno di Casini del momento: la presidenza del Senato.

Il leader Udc questo progetto lo ha capito (a differenza dell’altro che lo ha colto di sorpresa) e – dicono – non ci stia dormendo la notte; è fin troppo evidente. I sondaggi, reali, che ha in mano, parlano di un partito che solo a fatica potrà raggiungere il 4%. Se la cifra fosse addirittura più bassa, un 3,8% (che è invece proprio il dato più credibile) allora per Casini la sconfitta sarebbe doppia: perderebbe la possibilità di competere per lo scranno più alto di palazzo Madama e al contempo dovrebbe dare addio al partito, che gli si sfarinerebbe tra le mani, sepolto dalle macerie elettorali.

Un quadro che sta smuovendo con forza le acque in casa della Lista Monti. Casini e il Professore si sentono poco. Fonti interne al partito di via dei Due Macelli parlano platealmente di gelo tra i due. A Casini non sarebbe poi piaciuto l’eccesso di foga di Monti contro il Pd, anche in considerazione del fatto che con Bersani si dovrà fare un patto di governo subito dopo le elezioni, dunque meglio sarebbe non spargere troppo veleno. Il professore non lo ascolta. Per questo, per lanciare segnali di fumo al Pd – ma anche per reagire ad un’emoragia di voti che terrorizza -, il capo dell’Udc ha deciso di intraprendere una campagna tv che lo porterà a Ballarò, Porta a Porta e Otto e mezzo. La tensione, però, è già molto alta e lo scontro dentro il listone centrista sta infiammando le truppe. Sembra che Casini abbia consegnato agli ambasciatori del Professore un messaggio: “Se puntate a rendermi irrilevante, io sono pronto a fare un gruppo autonomo al Senato…”.

Certo, lo scenario scissionista è giudicato dai centristi più avveduti solo una provocazione per evitare di “prendere un’altra fregatura dopo il voto”. Non solo perché i candidati del listone di Palazzo Madama hanno sottoscritto un impegno ad aderire al gruppo unico, ma anche perché solo se l’area Monti infrangerà la soglia del 18%, allora i casiniani avranno la speranza di eleggere 10 senatori, il minimo per formare un gruppo autonomo. Monti, a quanto sostengono i suoi, non ha alcun interesse a cedere fette di sovranità “conquistata sul campo” in questi primi momenti della campagna elettorale. Se gli altri, si sostiene, continueranno a fare battaglia insieme, allora ne avranno tutti da guadagnare, altrimenti chi ha da perdere, in questo caso, saranno solo Casini e Fini. “E’ bene ricordare – diceva l’altro giorno il ministro Riccardi a chi chiedeva un commento sulle difficoltà interne alla coalizione – che Monti è senatore a vita e che mira ad un disegno complessivo di centro che va ben oltre le semplici poltrone della prossima legislatura”. Come a dire: se Casini alza troppo la posta, può darsi che il nuovo partito di centro (che nascerà ad elezioni consumate) possa fare anche a meno di lui.

Parole che hanno convinto più che mai il leader Udc a non voler giocare il ruolo di semplice ‘donatore di sangue alla causa’. Non c’è dubbio, infatti, sul fatto che il peso delle tre liste montiane della Camera determinerà gli equilibri dell’area di centro. E sarà la base di partenza per stabilire le quote del partito che verrà, se davvero si concretizzerà la prospettiva messa nero su bianco davanti al notaio. In questo senso l’attivismo di Andrea Riccardi (e le sue prese di distanza più o meno plateali da Casini) rappresenta un ulteriore campanello d’allarme. Il ministro coltiva da sempre un legame importante con l’associazionismo bianco e con le gerarchie vaticane. Ha strappato per diversi ‘cattolici doc’ posti utili in lista e nel suo tour in giro per l’Italia non manca mai di fare tappa anche nelle sedi vescovili. Per gli Udc una temibile calamita dei voti cattolici. Che è solo all’inizio. Di qui la decisione di Casini di passare – intanto – al contrattacco mediatico. Qualcosa, comunque, sembra ormai inevitabilmente incrinato nel sodalizio tra Monti e Casini. Ed è più che probabile che se la Lista Monti non riuscisse ad arrivare, come previsto, in terza posizione alle elezioni ma solo quarta dopo Grillo, le fila parlamentari della compagine si sfalderebbero immediatamente. Una sconfitta, certo, per il Professore. Ma anche una pietra tombale su ogni nuova velleità carrieristica (dal Senato fino al Quirinale) di Pier Ferdinando Casini. E a qualcuno questo non dispiace neanche un po’.

di Sara Nicoli