Senza titolo

di Massimiliano Cara

Quando morì Fierino Santi a Terlì c’era la neve, e il Gennargentu con le sue vallate era uno spettacolo. Fierino Santi era anziano, ma morì perché si era fumato troppo tabacco e pure i suoi stessi polmoni. La sua barba era di un colore giallo-nicotina, e le sue membra erano ormai paragonabili a una foglia di noce secca che cade dall’albero, e dal vento si lascia portare via.

Il catarro e poi gli escrementi che vomitava attiravano le cornacchie per via del forte odore pungente, e del sapore che solo loro sapevano, approvavano e con ansia-acquolina aspettavano. Ma da quel giorno, da Fierino Santi non c’era da aspettarsi più nessun papa.
I giochi dei quattro bimbi venivano interrotti in continuazione dalla numerosa parentela, che lenta in processione si riversava nella casa dei Santi. Parenti che giungevano a Terlì con i carri, pochi amici che arrivavano con il treno dalla città. I bimbi non capivano, non sapevano, ma quello che più importava, per loro non poteva contare. Per loro era un giorno diverso dagli altri, c’era la neve. Tutto si fermava e loro potevano giocare fino a quando la mancanza della luce li avrebbe costretti a rintanarsi dentro la casa.
Quel giorno era diverso perché, dopo anni dalla morte della loro madre, era toccato pure al loro babbo. Un babbo che da tempo non faceva che dormire e urlare, fino a quando passava il dolore, per tornare poi a dormire. Era diverso, ma loro non lo sapevano. Quell’inverno la neve si era portata la morte. L’ospite invisibile, che si fa non-vedere sempre in compagnia di un altro e sempre diverso. L’ospite invisibile che sai che c’è, perché viene e mancare chi l’accompagna. Ma non c’era niente che si potesse evitare.
Quel giorno era diverso… Non solo per il fatto della stupenda e candida neve. Troppi parenti e tutti in una sola volta, a vedere il babbo che dormiva. Troppe facce scure e troppi pianti. La piccola Cecilia Santi, che era la più grande, si staccò dai tre bimbi e dal loro gioco, e restò a guardare; ferma immobile fissava l’uscio della casa prima di decidersi a avvicinarsi. Si mosse verso la piccola casa fatta di fango e pietre prelevate da uno dei non pochi nuraghi che segnavano un’ampia zona.
Quando fu sull’uscio della casa, si fermò lì. E cosa aspettava? Che qualche grande si accorgesse di lei. E come spesso era capitato chi si accorse di lei fu la zia Sara.
La sorella più giovane della mamma. Zia Sara la prese in braccio, e le diede un bacio.
«Ciao stupenda…» Sara non aveva figli, era sposata e viveva in città. Adorava la piccola Cecilia. E la sorella, fino a quando era ancora in vita, stava sempre a ricordarle che lei da piccola era molto simile a sua figlia. «Vuoi dare un bacio al babbo?»
La piccola non sapeva che dire, perché non sapeva come dovesse comportarsi. Ma il bacio al babbo, quello glielo voleva dare… però non sapeva come fare. Annuì con la testa.
«Va bene, andiamo.»
Ci avrebbe pensato Sara. I grandi sapevano sempre come fare le cose per i piccoli.
La piccola Cecilia, trovandosi a pochi centimetri dal letto dov’era disteso il babbo Fierino, si rese conto che quello non era suo papà. Quello disteso sul suo letto non era il suo papà.
Gli assomigliava, ma… faceva paura. Suo babbo stava dormendo in un modo, che lui non dormiva così. Stava a dormire come quando un animale non si sveglia più.
La piccola Cecilia scoppiò a piangere, e Sara la riprese in braccio. «Non voglio più baciarlo».
La zia le sussurrò: «Perché?»
«Perché dormire così è brutto!»
Sara la strinse a sé ancora più forte. Dormire così era brutto, perché era la morte brutta. La morte faceva rabbia, e faceva schifo, e troppo spesso era l’unico vero sollievo a una vita di merda. Il tragico rimedio all’amore per la vita che si consuma giorno dopo giorno. Sara diede un bacio alla piccola Cecilia. «Il babbo è in un bel viaggio». Portò la piccola fuori, le chiese se giocavano insieme. La bambina restava timida, ma alla bambina piaceva molto Sara. La zia raccolse una palla di neve, e gliela tirò contro i piedi. Cecilia rispose, imitandola.
Zio Flavio intanto fumava a pochi metri dalle due femmine. Fumava e guardava, e ascoltava.
Ma quando sentì la proposta della bella Sara alla bambina, si avvicinò. Sara fermò i giochi.
«Sara… prima di ripartire passa a casa che ti do qualcosa». Sara annuì, e poi riprese a bersagliarsi con la piccola.

Sara guardava il candore che tutto copriva. Era in treno, e tornava in città. Rientrava con una valigia in più, piena di alimenti preparati in casa. Olio, formaggio, salumi, vino, olive, e altro ancora. Ma con lei non c’era la piccola Cecilia. La donna era addolorata, ma cosa poteva farci, se era stata la bambina a scegliere? Alla sua proposta di portarsi con sé la piccola, Flavio non aveva battuto ciglio. Con un tono sereno ma deciso, aveva risposto che il fratello Fierino, poco prima della morte, gli aveva chiesto di accudire i suoi tre figli, volontà che comunque aveva già espresso anche mesi prima. Sara, quasi, gli rispondeva che una cosa simile era accaduta con sua sorella, ma si era bloccata. Ne avevano parlato, ma giocando con il giorno della morte che chi sa quando sarebbe arrivato. Ma poi era arrivato. E così di colpo, che…
Sara aveva risposto che con lei veniva la bambina, e lui teneva i due maschietti. «Così andrà meglio per molte cose! Io non ho figli, per me sarà come…»
«E così resterà sola, senza fratelli e nipotino, lontana dal suo bel paese e… vediamo un po’».
Il cognato di Sara era tornato con in braccio la nipotina, e aveva domandato alla piccola se voleva restare o partire.
Sara si rivedeva quei pochi istanti così veloci. Pensava a quel poco che aveva avuto a disposizione.
La bambina che annuiva alla possibilità di restare con lo zio e i due fratellini, e il nipotino.
E Sara si ripeteva che la scelta della bambina era frutto della confidenza che si era rafforzata nei confronti dello zio, negli ultimi mesi di malattia del padre. Si disse che non poteva sottovalutare la paura del cambiamento, del sentirsi sradicati, e poi la piccola Cecilia era anche parecchio timida. Ma Sara cominciava a non sopportare il fatto che il comportamento di Flavio fosse stato scorretto. Ma scorretto in cosa? È vero, con la bambina era tornato subito, ma quanto basta per una sola, e solo una parola efficace? E questo perché, per tenersi Cecilia? Per una promessa?
Per orgoglio?
Perché questo è il suo carattere!
E il bene della bambina?
Era stata una stupida! Al bene della bambina, se ci teneva tanto, e ci teneva, doveva pensarci lei. Non se ne sarebbe dovuta andare così, ma ormai…
Ma ormai che cosa?
Quando aveva proposto alla bambina di venire a vivere con lei, la piccola Cecilia, se pur con il suo fare timido, sembrava contenta, e incuriosita dalla sua nuova casa, e da quello che insieme loro due avrebbero potuto fare. Sara, più si allontanava da Terlì, e più la sua città si avvicinava, più sentiva i suoi nervi caricarsi di un’aggressività nutrita dal senso di colpa che stava montando. E già sapeva che se non prendeva e faceva la cosa giusta, l’angoscia l’avrebbe paralizzata. Avrebbe dovuto litigare con Flavio. Sarebbero dovuti arrivare a quello? E lui? Fin dove si sarebbe spinto?
Flavio non aveva neanche preso in considerazione la sua idea. Ma cosa aveva di così impraticabile!
E a guardare bene, visto quello che è successo in quella sua casa…
Il treno stava per arrivare in città. Si volle calmare. Si disse che ne avrebbe parlato in maniera accurata con suo marito. E dopo, ma presto, e in maniera ancora più meticolosa avrebbe riaffrontato la questione con lo zietto. In paese vigeva la legge di sempre, in città ne esisteva anche un’altra! Una volta scesa dal treno, lasciò cadere la valigia delle vivande.
Doveva affrettarsi. Una delle cose che si era portata dal suo paese natale era che certe faccende vanno sbrigate a sangue caldo.
Ma già da prima, e molto più presto delle belle intenzioni di Sara, il fato aveva serrato il suo giogo. Tornò che la malaria era entrata in casa sua. Ne era stata colpita per prima sua suocera, e subito dopo ne rimase vittima suo marito. Lei, una volta superato quel castigo divino, cadde sotto la sciagura del suo più personale tributo alla vita. Fu colpita da una grave forma di depressione, rafforzata, e resa qualcosa di davvero sconsiderato per la sua anima, dal senso di colpa. Che per lei fu come un veleno paralizzante e non quella leva che costringe a rialzarti per fare il balzo de su mresciani. Quello era, per Sara, l’unico e vero punto debole.
Nessuno voleva darle retta per la questione della piccola Cecilia. Ormai Sara non era neanche più in grado di prendersi cura di sé. Nessuno aveva uno straccio di pietà per il suo mostruoso senso di colpa, che in lei montava come un bubbone che, pronto a scoppiare, scoppiava. Ma solo per poi riprodursi, come un’entità nefasta, e così tornare a montare per poi ancora scoppiare.
Da quel giorno, la mente dell’appena adolescente Cecilia Grazia Santi fu come una scatola nera e buia, dove sembrava che non potesse più essere accolto il dono della luce.
Dopo quel giorno, nessuno poteva avvicinarsi a lei; e se a starle troppo prossimo era un maschio, urlava.
Per tutti, la demenza l’aveva agguantata nelle sue spire. E mica c’era da stupirsi!
Il figlio di Flavio, morto suicida e trovato appeso al castagno del suo cortile, dopo che aveva fatto fuori la sua giovane moglie, aveva lo stesso sangue che ora andava su e giù nelle vene di Cecilia. Sara, più morta che viva, mostrava ogni giorno di più uno sguardo vacuo e distante…
In quella famiglia scorreva sangue che si rivoltava alla retta via.

Quello che Sara non sapeva è che lei non era la fata con potere sul corso dei liquidi e dei tempi. Cecilia aveva quasi perso il dono della parola, usava solo i vocaboli strettamente urgenti e di necessità pratica. Quello che ne era rimasto più colpito e addolorato era il piccolo Marco, nipotino sia di Flavio che di Cecilia.
Stavano sempre insieme, e Marco per Cecilia provava una sorta di adorazione; e la giovane zia se ne era presa cura fino a quando, da quel giorno in poi, non aveva preso a scacciare pure lui, con urla e calci se solo provava a stare a mezzo metro da lei.
Il bubbone di Cecilia non era dotato di detonatore. Il bubbone di Cecilia, al massimo, era provvisto di una qualche valvola di sfogo. Troppo poco per averla vinta su una simile schifezza. Troppo poco per consentirle una vita che si accostasse alla salute, alla salvezza.
Quando Cecilia mungeva le pecore, Flavio si sentiva impazzire. Quando Cecilia stava con quel caghetto di Marco, Flavio provava un fastidio che partiva dritto e lesto in mutazione verso la rabbia. Ancora qualche anno e…
Anche quel giorno Cecilia mungeva la pecore. Dentro l’ovile, se ne stava seduta sullo sgabellino di legno di castagno. Quando mungeva le pecore lo faceva impazzire, ma Cecilia sempre era capace di farlo bollire come un’infezione alla pelle.
Quando mungeva le pecore sudava, perché dentro l’ovile faceva un caldo da morire, non si respirava. E poi le pecore erano tante, il lavoro da fare era lungo e faticoso.
E lei com’era capace. Come s’impegnava. Si legava i capelli e… non era più cosa da poter sopportare. Restava in canottiera e sudava, e si vedevano le tettine.
Quel giorno la fece alzare dallo sgabellino, e si sedette lui.
La rimise a sedere, ma sopra le gambe di Flavio Santi, fratello di Fierino Santi, padre di Cecilia Grazia Santi, appena adolescente.
Lo tirò fuori già pronto per l’uso. E Cecilia gli facilitò il compito, perché portava una gonnellina, che sembrava fatta per quelle cose. Alla moglie bisognava tenere a mente di smettere di farle mettere quelle sconcezze. Le scostò le mutandine, e zac-zac!
«Ti faccio sentire il nervo… ora! Hai un odore…» Era fatta, e se la faceva!
La teneva per le ascelle, e la spingeva su e giù. Su e giù, che non ci vide più.
Su e giù, che neppure stava a sentire i grugniti che emetteva. Grugniti e movimenti così convulsi che crearono il panico tra le pecore, che non persero tempo a cercare la massima distanza tra loro e quello che si stava compiendo. Quando venne emise un rantolo, ma non per questo smise di dimenarsi. Poi un ultimo esasperante mugolio. Si scostò di dosso la nipote, e la fece voltare. Così da mostrarle il coso che si afflosciava, prima di riportarlo al suo ovile. Zio Flavio cercò di riprendere fiato quanto prima, ma ingrifato com’era, il suo respiro era come una catena che salta di continuo dai denti.
Cecilia se ne stava in piedi, si reggeva al recinto di legno. Le gambe non l’avrebbero sorretta.
Teneva lo sguardo fisso. Perso nelle pecore ammucchiate che creavano corpo nell’angolo più lontano dagli umani.
«Niente è accaduto! E niente puoi…»
Flavio s’interruppe e se ne andò. Cecilia era il tipo di femmina che taceva.
Nella sua testa terminò il pensiero mancante.
Non era successo niente, però se lo era goduto.
E ci doveva per forza passare lui… prima che ci arrivasse quel caghetto.
E prima o poi sarebbe accaduto. E sarebbe stato un peccato per zio Flavio.
E poi… il nervo di Flavio se l’è pure gustato. A tutte le femmine gusta.
Sia che camminino a quattro o a due zampe.
Nei giorni che furono, Flavio fu un vero caprone in calore. E questo comportò la perdita anche di quel ridicolo baluardo di coscienza che si ritrovava. Era arrivato a sperare che fosse la nipote stessa a chiamarlo per tastare ancora il suo nervo.
E se questo non fosse accaduto, non ci avrebbe messo molto a mettere in pratica il suo due più due, ovvero, “è timida, e non è sfrontata come certe troie”. Cosa rimaneva da fare?
Ma semplice, comportarsi come quell’unica e prima volta indimenticabile!
La puledra l’aveva marchiato a fuoco, e lui ora doveva rispondere stallonando.
La prossima, l’avrebbe montata nella paglia.
Il destino vuole che la vita con le sue vicende fatte di persone, e incontri che s’incrociano con i destini delle persone, si sviluppi per rafforzare e rendere chiaro e visibile quello che sembra celato. La vita si sviluppa irrimediabile cavalcando il destino che si forma e si nutre di destini e persone e dei loro incontri-scontri e incroci, per farsi storia e memoria dimenticata, per farsi storia e memoria così gravida da non poter non essere che celata sotto il velo dell’oblio. Perché quello che si ricorda, non è mai l’essenza di quello che è stato.
E così il pudore non fa che cedere il passo, come sempre alla vergogna.
E quando vergogna manca, la catena non fa altro che saltare dai suoi denti.
E quando vergogna manca, la catena fila veloce sotto il velo che cela.
E quando vergogna manca… non ci capiamo comunque niente, o poco.
Non capire e anche non accettare… accettare è divino.
Il bubbone sempre pronto scoppiare è la razza umana.
Il bubbone può essere un fatto, una vicenda epica? Sì, ma puzza comunque da fare schifo.
La morte di Sara fu questo. Il gran bubbone di turno fu Flavio. Il disinfettante pronto a farsi liquido pestilenziale… Marta?

Ipotesi di Quarta:

Sardegna, oggi. Notte di pioggia da tregenda.

Cinque strani passeggeri si ritrovano sul 9, un vecchissimo treno che porta a Terlì. O meglio, così tutti si aspettano, perché, come dice l’inquietante controllore, il 9 ferma “ovunque ci siano persone da portare via”.
I nostri, infatti, ancora non lo sanno, ma sono tutti morti.
Il vagone adiacente a quello da loro occupato, dove una falena incessantemente cerca la luce, e dove Katia, la diciannovenne protagonista, solo in un secondo momento riuscirà ad accedere, riserva sorprese inaspettate: lì, le vite dei passeggeri si disvelano.

E così il viaggio – il treno che, nella notte e nell’oscurità assoluta accelera a una velocità sempre più folle e spaventosa – diventa cornice delle vicende terrene dei passeggeri, che s’intrecciano o corrono parallele; unite, tra rabbia e malinconia, dalla misteriosa ricorrenza del numero nove a scandirne i tempi, e dalle tematiche di un destino arbitrario e dell’amore negato.

Nota biografica

Massimiliano Cara, nato Cagliari 6 nel 1973, vive a Settimo San Pietro. Ha interrotto gli studi superiori per incompatibilità con le materie tecnico-matematiche; entrato in un cantiere edile, si è lanciato in voli metafisici per cercare una terra amica. Per un po’ ha conosciuto il mondo gioco-spietato del teatro dei burattini.

Ha poi ripreso gli studi costruendosi delle ali fatte delle anime dei libri, ali che non si brucino, in compagnia di una chitarra e delle sue canzoni. La sua scrittura gotico-onirica nasce dalle viscere di un rock lirico, a tratti straccione e sovversivo, dove le note disperate non vogliono altro che essere una cura, una nuova illusione, un volo verso quella stessa terra amica.
Giura che in quel treno, il 9 di cui parla il suo romanzo, ci è salito pure lui.

sol_cerado@hotmail.it