Sarà quel che resta dell’internazionalismo proletario o del cosmopolitismo illuminista, oppure la correttezza politica del multiculturalismo, o magari l’influenza diffusa della globalizzazione (dopotutto in ogni tempo “le idee dominanti sono quelle della classe dominante”). Fatto sta che nella cultura europea è emerso da qualche tempo uno strano nemico: l’identità, individuale ma soprattutto collettiva. Si sono scritti libri brillanti e pieni di sapere “contro l’identità” (Remotti) e “contro le radici” (Bettini), si sono fatti dibattiti e manifesti per spiegare che non ha base e deve sparire “l’ossessione identitaria”, dato che ogni pretesa di specificità è viziata “dall’invenzione della tradizione” (Hobsbawm). Niente identità, niente radici, niente tradizioni neppure inventate, i localismi nazionali o comunali sono tutti reazionari, siamo tutti felicemente anonimi.

Peccato che nei non-luoghi (Augé) dove si svolge la nostra vita, o viaggiando per il mondo così rimpicciolito dai voli low-cost, è molto difficile vedere non solo “ossessioni” ma anche identità semplici. Gli abitini di Zara e gli hamburger di McDonald, i ponti di Calatrava e i film di Hollywood, le architetture di Piano e i romanzi di Grisham; e poi Django e Lincoln. Rihanna e Bruno Mars, l’Iphone e Google sono uguali dappertutto, come i sentimenti codificati, i miti e i riti collettivi. È un bene o un male? Per chi vende è una gran comodità, per gli altri probabilmente no. La globalizzazione non realizza l’universale di Kant, dei diritti dell’uomo e di Marx, ma certamente “l’uniformità” di cui parla François Jullien in un bel libro recente.

È forse il caso di recuperare l’identità, senza ossessioni, ma per riuscire a sopravvivere nell’omologazione del mercato globale e nella grande burocratizzazione prodotta dall’informatica.

L’identità, spiegava Ricoeur, è fatta di “idem”, di continuità fisica (quella persona, quel gruppo umano collocato nello spazio nel tempo o nella produzione), ma anche di “ipse”, di proprietà, di costumi, di desideri, soprattutto di memorie. Questa identità “ipse” è condizione non solo di continuità ma anche di cambiamento, perché non c’è progetto senza basi di memoria, senza il riferimento a un soggetto collettivo nella storia.

Beninteso, le identità non sono solo fatti, tanto meno puramente storici o etnici; vi sono identità sociali, politiche, culturali, religiose, di genere. I cultural studies anglosassoni, che analizzano da decenni queste costruzioni identitarie, ne mostrano la vitalità e la capacità d’azione. Che esse siano in parte costruite e non “naturali” è ben noto da sempre. Qualcuno ricorderà la vecchia provocazione di Massimo d’Azeglio sulla necessità di “fare gli italiani” dopo aver fatto l’Italia, non così diversa dall’idea gramsciana della coscienza che in un certo senso costituisce la classe, o dalla contrapposizione fra sesso e genere che dà tanto fastidio a Benedetto XVI. Ciò non ne elimina l’importanza: per non affogare nella moltitudine, sia quella di Negri, sia quella della globalizzazione – che poi sono lo stesso, non abbiamo altro strumento.

di Ugo Volli
Ordinario di Semiotica del testo all’Università di Torino. Ha al suo attivo oltre 250 pubblicazioni scientifiche e una quindicina di libri. Fra i suoi libri più recenti, “Laboratorio di semiotica” (Laterza 2005). “Lezioni di filosofia della comunicazione” (Laterza 2008), “Parole in gioco” (Compositori 2009), “Domande alla Torah” (L’Epos 2012).  

Rubrica a cura di Michele Afferrante