Giovanna Melandri conosce poco gli italiani, in compenso se ne occupa. Crede che ciò che i nostri connazionali apprendono circa la loro condizione li spinga a cambiarla, ad agire per una vita migliore. Non sempre è così. Ormai molti di noi riescono a “prendere coscienza” di ogni cosa e a dimenticarsela la mattina dopo, con una naturalezza da fuoriclasse.

Perfettamente addestrati a sdegnarsi su tutto e a cambiarsi in nulla, molti italiani possono ormai tollerare ogni visione, ogni rivelazione – anche le più agghiaccianti – senza che questo, in fondo, produca una minima reazione che oltrepassi la protesta e si tramuti in gesti concreti.

Niente di eroico, al contrario basterebbe una serie di piccoli/grandi “no” quotidiani, da usare – come paletti – nella vita di tutti i giorni per puntellarla. Così come Bartleby, lo stupendo personaggio di Melville, ognuno di noi dovrebbe (qualche volta) “avere preferenza di no”. Manca questo istinto al dire no.

Credo sia esattamente questo che Bill Emmott (ex direttore dell’Economist)  intenda parlando dell’Italia come di “Una ragazza in coma” (“Girlfriend in a coma“), della sua totale immobilità di fronte agli “stimoli”, l’incapacità di “alzarsi” dal suo letto di sonno. Un sonno vigile che, a fronte di ogni tipo di corruzione, nefandezza e banalità, ci fa reagire nella stessa maniera; non reagiamo.

Doveva essere proiettato al Maxxi di Roma il 13 febbraio, ma a causa di “disposizioni” del Ministero delle Attività culturali, da cui il Maxxi dipende, la proiezione di  “Girlfriend in a coma”, il film/documentario che Emmott, ha realizzato insieme alla giornalista italiana Annalisa Piras, è stato rimandato a dopo le elezioni.

Ci si giustifica prima con disposizioni dall’alto che “non consentono di ospitare nello spazio del museo qualunque iniziativa che possa essere letta secondo connotazioni politiche, nell`imminenza della competizione elettorale”.

E poi, dopo averci un po’ provato, la Melandri fa ciò che non poteva non fare, e si assume – come vedremo – la responsabilità della faccenda. “Le mani nelle tasche degli italiani”, “La gente non è stupida“, quante altre espressioni standard (a volte pronunicate esattamente prima di infilare le mani nelle tasche degli italiani trattandoli come scemi) siamo costretti ad ascoltare ad ogni campagna elettorale?

Ecco perchè, dal vertici di un istituzione culturale ci si attenderebbe qualcosa di diverso della consueta formulina, la parolina maggica (le due “g” non sono un errore) “finanziato dai contribuenti” per giustificare una propria decisione: «Mi dispiace per Emmott e per le proteste, ma non cambio idea: ho detto no all’anteprima di Girlfriend in coma il 13 febbraio perché sono convinta che sia mio dovere tenere fuori la campagna elettorale dal Maxxi, che è un museo pubblico, finanziato dai contribuenti».

Inutile sottolineare che, magari, quegli stessi contribuenti che hanno finanziato il Maxxi e (demagogia per demagogia) anche il suo stesso stipendio, non lo avevano fatto per assumere una sorta di badante della loro coscienza, bensì per poter essere loro a scegliere cosa vedere e cosa no, e magari poter decidere con la loro testa se questo documentario fosse davvero insidioso o se, putacaso, contribuisse a descrivere la situazione in cui ci troviamo.

Magari le due condizioni (insidioso e informazione) coincidono. In realtà, questa stessa paura delle istituzioni verso il lavoro di Emmott è l’involontario specchio, la precisa misura del coma che, inutilmente, si tenta di occultare. Esattamente come la vecchia canzone degli Smiths dalla quale prende il titolo, “Girlfrend in coma” è un doloroso atto insieme d’amore e d’accusa per la nostra nazione, incredibilmente “svenuta” di fronte a corruzione, malcostume, violenza e banalità imperanti.

A questo punto, non ci restava che sperare in un gesto “Bartlebyano” da parte del vertice del Maxxi, Giovanna Melandri. Avesse, con un colpo di coda anarcoide che francamente non le appartiene, detto “Non mi frega nulla, questa proiezione si doveva fare e si farà” avrebbe, in un sol colpo, guadagnato molti consensi e smontato l’idea/luogo comunque del burocrate rispettoso degli ordini superiori, che gli italiani hanno dei politici (soprattutto quelli che, dopo la “carriera” parlamentare te li ritrovi nelle grandi istituzioni, culturali e non, delle città).

Ma non succederà, a quanto pare la visione di questa povera ragazza in coma, potrebbe suscitare sentimenti di “impar condicio”, inopportuni sotto elezioni. Dio sa perché, continuiamo a temere “l’ira” degli italiani di fronte agli scandali, invece di sapere che spesso (anche se non sempre) quello stesso sdegno verrà blandito e di risolto da un’isterica reazione da strapaese “tutti sono corrotti, tutto è m.”, godendo più del suono di queste parole che accettando la responsabilità che esse stesse imporrebbero.

La cosa che davvero sgomenta, è che l’unica materia su cui ancora non è possibile mettere la museruola sia il gossip. Niente reati, niente corruzione (ormai i rinvii a giudizio e le condanne fanno curriculum) è solo il gossip che in Italia viene preso sul serio, pensando che contribuisca a delineare l’idea che la gente si fa dei protagonisti della politica (e la colpa è anche della politica medesima). Un esempio banale?

Ricordate quando proprio la Melandri non “ricordava” di essere stata ospite di Flavio Briatore e poi sbucarono le foto di lei, francamente non troppo crucciata dalla “cattiva frequentazione”, ad una serata organizzata dallo stesso imprenditore piemontese? “Giovanna Melandri è stata da me in Kenya, ha bevuto champagne al tavolo con noi e poi ha negato l’evidenza scrivendo che non era mai stata da me…” dichiarò in un’intervista Briatore.

Ecchissenfrega? Regolate tra voi questi conti. Purtroppo nessuno, all’epoca, censurò o ci risparmiò questo fondamentale “chiarimento”, eppure sia Briatore che la Melandri sono ancora saldamente in sella, così come ai vecchi tempi del Kenya.

Sinceramente non ritengo il mondo Briatoresco un crimine o il “male assoluto”, lo vedo semplicemente come un universo un po’ triste che a me non interessa. Non dico da simpatizzante del centro sinistra (quale ero) ma da semplice cittadino, se c’era una cosa che poteva intristirmi di più dell’idea di partecipare a quelle serate, era negarlo dopo averlo fatto, magari col cruccio di darsi un “contegno” politically correct.

 “Ogni tanto ti strangolerei, ma se dovesse succederti qualcosa, ne morirei”, cantavano gli Smiths, ma alla luce della pantomima di queste ore su un documentario, sembra sempre più chiaro che il coma della nostra fidanzata è irreversibile.