Qualche giorno fa Ernesto Galli Della Loggia e Roberto Esposito hanno proposto di cambiare il nome e la missione del Ministero dei Beni culturali in quelli di «Ministero della Cultura».

Proprio ciò di cui c’è bisogno, no?

Tra gli entusiasti plaudenti, si segnala il noto archeologo Andrea Carandini, che ha sobriamente dichiarato: «Questa ipotesi è verosimile solo a un patto: che un nuovo governo dimentichi le tristi vicende di un Ministero dei Beni culturali ormai morto, e sposi una concezione della cultura come ingrediente caratterizzante qualsiasi produzione legata al marchio Italia» (Corriere della sera, 26 gennaio 2013).

Il ‘marchio Italia’: ecco un’idea originale. Proprio quello che ci aspettiamo da un intellettuale: asservire la cultura all’onnipotenza del mercato.

Ma da tempo Carandini è un ardente sostenitore della privatizzazione del patrimonio storico e artistico della nazione: perfettamente in sintonia con il programma di Ilaria Borletti Buitoni, l’ex presidente del Fai che Mario Monti ha voluto capolista in Lombardia perché secondo lui rappresenterebbe «un’eccellenza nella conservazione dei Beni Culturali» (Corriere della sera, 1° febbraio 2013). Non uno storico dell’arte, un soprintendente, un archeologo: ma una gentile ed edificante dama della carità. Charity e Brand Italia: un binomio perfetto.

E infatti, notizia del 1° febbraio (sempre il «Corriere»), Andrea Carandini è in pole position per succedere alla signora Borletti Buitoni alla presidenza del Fai.

Un ammirevole caso di ripensamento, visto ciò che, nel 2000, Carandini scriveva della fondatrice del Fai, l’affascinante e carismatica Giulia Maria Crespi: «Giulia Maria Crespi, breve incontro. Ho incontrato a una cena Giulia Crespi. Walter Veltroni l’ha nominata nel Consiglio Nazionale dei Beni Culturali, immagino in quanto presidente del FAI. “Chi è lei? – mi ha chiesto – e io: Andrea Carandini, nipote di Luigi Albertini”. Ha capito subito, avendo contribuito i Crespi a far fuori Albertini da il ‘Corriere della Sera’, che era stato lui a creare come grande giornale nazionale. Ho pensato, quella sera, a quanto aveva sofferto mio nonno per quel nome, che ora davanti a me sentenziava nel suo esponente attuale. A un certo punto ho parlato della legge 1089 e del problema che manca ad esso un regolamento … A quel punto lei mi suggerisce: “Mi scriva, la prego, sull’argomento…” Ho cercato di spiegare alla signora che la cosa era semplice, e non abbisognava di petizione alcuna. Poi lei candidamente: “Mi dica Carandini, cosa è la 1089?”, che è una debolezza per un consigliere nazionale dei beni culturali. … Sì, una patina di borghesia la vedevo depositata sul suo volto stanco, ma continuavo a sentirmi in imbarazzo, per ragioni sociologiche ed emotive». (Giornale di scavo, Torino, Einaudi, 2000, pp. 79-80).

Ora Carandini deve aver superato l’imbarazzo, e Giulia Maria Crespi non deve sembrargli più sentenziante, o debole. Né il suo volto così stanco.

Certo, forse avrebbe preferito essere al posto di Ilaria Borletti Buitoni, candidata di Monti al Ministero dei Beni culturali. Ma anche prenderne il posto alla presidenza del Fai è meglio di nulla.

E il resto è noia. Patinata di borghesia.