In una campagna povera di slanci ideali, fra politici stanchi e preoccupati di riconquistare la fiducia dei cittadini quanto basta per essere rieletti, le uniche star sembrano essere i defunti. Soprattutto se sono morti nell’esercizio delle loro funzioni, a causa del loro ineccepibile senso del dovere e spirito di servizio. Sono i nostri unici eroi. Abitano un pantheon sguarnito e polveroso. Dove non riescono a riposare in pace perché, ogni minuto, vengono trascinati in campo dai viventi che, in preda a conati di populismo compulsivo, li citano, li interpretano, si fanno benedire.

Ci ha provato anche Antonio Ingroia: che cosa abbia detto Borsellino a proposito della Boccassini, non è dato saperlo. I morti non possono dire né ritrattare (a parte Berlusconi che probabilmente ce la farà). Non sapremo mai che cosa pensava Falcone, con chi ce l’aveva La Torre padre o Fava Giuseppe, chi era stimato da Berlinguer Enrico, chi era simpatico o inviso a Dalla Chiesa Carlo Emilio. Non lo sapremo mai. Possiamo votare i loro orfani, le vedove, le sorelle, i fratelli. Spesso sono persone di valore, formate alla dura pedagogia degli onesti. Oppure possiamo non votarli. Ma evitiamo di mescolare il foscoliano silenzio dell’urna, con la rumorosa corsa alle urne. Non sta bene.

Il Fatto Quotidiano, 1 febbraio 2013