E’ il 17 dicembre 2012, la notizia è un prete ricercato dall’Interpol: alcuni testimoni sostengono abbia assistito a torture, durante il regime di Videla in Argentina, senza averle ma denunciate. Apriti cielo, ma poi si richiude subito, in un silenzio assordante. Don Franco Reverberi, 75 anni, è a Sorbolo (Parma), lo conoscono tutti, dicono che è una brava persona, va sempre a messa, anche se da quel dì è bene che riposi. Per lui risponde Don Montali, titolare della chiesa del paesino, difende a spada tratta il collega. Don Franco giura di non saperne nulla. Sono le stesse parole pronunciate (in pieno regime) dal Campionato del Mondo di Calcio Argentina ’78.

Dicevo, c’è un gran silenzio dal 17 dicembre scorso, ma un silenzio che più tace e più si avallano i peggiori sospetti. Don Franco è una brava persona? Se è innocente si presenti alle autorità e dimostri che ha ragione Don Montali. Com’è possibile invece che su un sospetto di tale gravità all’improvviso tutto taccia? Per carità, ci vuole cautela a trattare certe cose ed è un attimo che la vita di un uomo sia distrutta. Ma il silenzio è complice, se il delitto è commesso, della memoria che si perde per strada. Avevo una mezza idea di uno spiraglio di fede… niente, tocca rimandare. 

Chissà, forse Don Reverberi sta facendo il diavolo a quattro per dimostrare che è del tutto estraneo ai fatti, forse la cosa s’è già risolta, ma nessuno ce lo dice, nessuno ci fa sapere nulla di più che non siano le parole di solidarietà (difende la categoria) che il Vescovo di Parma Solm ha pronunciato nei confronti del prete ricercato (come dare del paracetamolo a un malato di cancro). Forse l’Interpol ha già messo agli atti tutta questa profusione di stima nei confronti di Don Franco e ha già archiviato il caso, non si sa. Ma più il tempo passa, senza che se ne parli, più la polvere si posa sulla memoria dell’opinione pubblica. Non solo 30.000 desaparecidos, ma anche certe notizie non si trovano più.