Sono passati dieci anni da quando Claudio Rocchetti mi ha regalato una copia del suo disco d’esordio, il prezioso e raffinato “The Work Called Kitano”. Lui è stato il primo che all’epoca, in tempi non sospetti, ho visto levare le tende da Bologna e partire per Berlino. Negli anni successivi, uno dopo l’altro, ne ho visti partire tanti altri: non ultimo Valerio Tricoli, che a quel tempo aveva allestito con Rocchetti, il batterista Tony Arrabito e Stefano Pilia, oggi chitarra nei Massimo Volume, una vera e propria band: i ¾ Had Been Eliminated. Anche lo stesso Andrea Belfi, che come i Three Quarters a metà dello scorso decennio incideva per la svedese Hapna, si è trasferito sotto la Berliner Fernsehturm. E Stefano Pilia ed Andrea Belfi oggi condividono una nuova attesissima band, Il Sogno del Marinaio, insieme a nientepopodimeno che Mike Watt, il leggendario bassista dei Minutemen. Insomma, quello è un giro da cui son venuti fuori e si sono affermati fior fior di artisti che di certo in futuro svolgeranno ancora moltissimo lavoro egregio per la Causa.

Claudio Rocchetti è un musicista originale ed atipico dal passato hardcore ed una passione per l’heavy metal sin da ragazzino: date un occhio a tal proposito alla collezione di loghi contenuta nel suo libro “Dirty Armada”. Attivo su svariati fronti, ha sempre esplorato e sperimentato a tutto campo tra noise, turntablism, musica concreta, field recordings, ambient, tape music e molto altro ancora: ad esempio ascolti un album come “The Carpenter” e scopri anche tutto un altro lato contemplativo ed estatico della sua musica. Oltre ad una smaccata attitudine do-it-yourself non gli è mai mancata l’ironia e basta leggere i titoli dei suoi dischi per rendersene conto, da “Nostalgya Canaglya” a “Long Live Anti-Copyright, Death to Intellectual Property” sino a “Every Live Is Problem Solving”: aggiungiamo il pragmatismo alle sue doti. Oltre al suo progetto Olyvetty, insieme a Riccardo Benassi, ricordiamo volentieri la sua attività negli In Zaire: tutti a Bologna conservano un vivido ricordo della loro splendida performance di un paio d’anni fa in combutta con Home Movies nell’ambito di Netmage.

Giovedì 31 gennaio al Raum di via Ca’ Selvatica 4/d, Bologna, l’altoatesino trapiantato a Friedrichshain porta il suo nuovo The Fall of Chrome, un live sonoro per nastri che è anche un omonimo libro edito da Musica Moderna (con cassetta di durata variabile allegata) che contiene i contributi di vari artisti internazionali legati alla tape music, da Jerome Noetinger a Lionel Marchetti e molti altri ancora. Appena udito il titolo ho immediatamente pensato a Christian Marclay, in particolare a “Tape Fall”, un’opera del 1989 costituita da una incessante cascata di nastro magnetico a formare un cumulo sempre più alto, che avevo avuto la fortuna di osservare di persona in occasione di una mostra dedicata all’influentissimo e pionieristico artista svizzero americano al Barbican di Londra. E’ lo stesso Rocchetti a raccontare la genesi di “The Fall of Chrome”, a spiegare come dopo tanti anni di sperimentazione e ricerca attorno ai nastri abbia pensato di aver esaurito l’argomento. Di qui il coinvolgimento nell’operazione di tanti artisti che con i nastri avevano lavorato: “Mi hanno risposto quasi tutti […] Io nel frattempo ho raccolto una montagna di nastri trovati per strada e nei posti più disparati e ho costruito una composizione lunga tre ore, poi registrata sopra alle cassette originali. 300 nastri, ognuno con porzioni diverse del pezzo ad interagire con il materiale primitivo.”

Le audiocassette, così come il disco in vinile, esercitano tuttora un fascino irresistibile su persone cresciute in un’epoca in cui i supporti fonografici avevano un peso, una consistenza, un odore, un colore. Al giorno d’oggi ad esempio la mitica “Purple Tape”, la cassetta di plastica viola su cui era registrato lo storico “Only Built for Cuban Linx” (1995) di Raekwon, viene riproposta in riedizione limitata di 1.000 copie. Ed il desiderio di riappropriarsi di qualcosa di materico che si può toccare, ammirare ed accarezzare è sempre più palpabile. Lo stesso Thurston Moore ha curato qualche anno fa un libro tutto dedicato al mix tape, all’arte della cultura delle audiocassette. Per non parlare del fatto sintomatico che tre anni or sono un gruppo di produttori e dj come 2Tall, Kper e DJ Clockwork hanno pubblicato in formato mp3 un grande mix denominato “A Boom Bap Continuum” il cui artwork, digitale e scaricabile, ricalcava esattamente quello classico scritto a penna con pazienza certosina da un’intera generazione di compilatori. Insomma, ciò a dimostrazione che nel nostro immaginario culturale, pur se in tanti modi differenti, c’è ancora spazio per le cassette. O perlomeno per il desiderio di infilarci un’ultima volta una matita dentro ed avvolgere, avvolgere, avvolgere sino alla definitiva caduta di Chrome…