Perché non si riuscirà mai a fare un confronto tv a sei come era stato previsto dalla Rai? In realtà, la tv di Stato ha semplicemente chiesto il via libera dalla commissione di Vigilanza, che si riunisce domani nel merito, ma di fatto un tipo di trasmissione come quella ipotizzata è semplicemente ingestibile. Nemmeno ai tempi delle vecchie tribune politiche in bianco e nero si mettevano insieme sei leader. Ora, lo imporrebbe la par condicio, ma a parte Bruno Vespa, nessuno poi si sentirebbe di condurlo. Le possibilità che lo studio tv si trasformi un una arena de toros sarebbero praticamente certe. Dunque, che fare? In attesa che alla Rai venga in mente un escamotage per non lasciare nuovamente in mano a Sky lo scettro dell’ascolto, quello che conta adesso sono le defezioni dei leader.

Berlusconi, prima di tutto. Il leader Pdl non ha mai accettato di intervenire ad un dibattito tv senza un accordo preciso tra la sua struttura stampa (capitanata da Bonaiuti, seguita da Valentini e da un numero imprecisato di addette stampa al Mattinale) e l’emittente tv/conduttore della trasmissione. Solo con Vespa gli accordi sono placidi, persino con Santoro la trattativa è durata diverse settimane.

Dunque, in questo caso, Berlusconi non accetterebbe mai di trovarsi in un catino televisivo con persone come Giannino oppure Ingroia, che potrebbero farlo letteralmente a fette. Il Cavaliere, quindi, in un consesso del genere non andrà mai.

Stessa questione vale per Grillo. Che anche se nelle settimane scorse aveva dato quelche flebile apertura a un suo possibile impegno tv in chiusura della campagna elettorale, di certo non accetterebbe mai di non essere libero di dire esattamente ciò che pensa, insulti compresi. Poi, perchè confrontarsi con quelle persone che lui ogni giorno classifica come “morti” contrapponendosi come unico politico ancora in vita?

Persino Monti potrebbe dire di no allo scontro tv. Il professore, è noto, non ama i confronti diretti con persone che potrebbero contraddirlo. E Bersani, invece, non vedrebbe l’ora di farlo mettendolo, probabilmente, in difficoltà sul fronte delle promesse non mantenute durante il governo tecnico sostenuto “senza se e senza ma” dal suo Pd. Monti, casomai, accetterebbe un confronto con Berlusconi, consapevole di poterlo sovrastare con l’autorevolezza e la competenza, nella speranza successiva di rubargli la leadership del centrodestra, ma in quel caso sarebbe il Cavaliere a sottrarsi ancora.

In pratica, solo Bersani (“Non si fa in Rai? – ha commentato – vado a Sky”), con Ingroia ( “Nessuno sfugga al confronto tv – ha detto l’ex pm – le regole della democrazia impongono che i candidati premier presentino il proprio programma a tutti i cittadini”) e Giannino si sono detti ben felici di scontrarsi con gli altri leader. Bersani è stato il primo a lanciare il sasso nello stagno annunciando di essere pronto “a confrontarmi con tutti e sei, sì li voglio tutti quanti”, ma si è trattato, inevitabilmente, di una provocazione. Perchè Bersani sa perfettamente che il problema di un confronto “tutti contro tutti” probabilmente non ci potrà essere mai.

In virtù della par condicio, se solo uno degli attori previsti in campo si sottrae all’agone dello scontro, la possibilità di fare la trasmissione decade. Su questo, non a caso, si confronterà domani la commissione di Vigilanza. Che, tuttavia, ha voluto sottolineare di non avere alcuna competenza riguardo la scelta dei format scelti dalla Rai, ma ha ribadito la necessità di offrire a tutti i candidati lo stesso tipo di trattamento. “La Commissione di Vigilanza precisa di non avere alcuna competenza, e quindi nessuna responsabilità, nella scelta dei format dei programmi di approfondimento per garantire il rispetto della ‘par condiciò da parte della Rai”. 

Proprio quello che non accetterà mai il Cavaliere. Dunque, l’idea del confronto tv a sei resta, al momento, quello che è, qualcosa di assolutamente virtuale. Come la tv.