Roma è una città nella quale l’archeologia non è mai stata un facile comprimario. I resti dell’antichità hanno sempre costituito l’ingombrante presenza con la quale fare, per certi versi, i conti. In passato la scoperta di strutture anche imponenti, nel corso di lavori di pubblica utilità, non è diventato motivo sufficiente per mutare il progetto iniziale. Quasi mai.

Al punto che quell’atteggiamento, ben esemplificato dalle distruzioni perpetrate nel corso della realizzazione di via dell’Impero da piazza Venezia al Colosseo, tra il 1924 e il 1932, è stato criminalizzato. A ragione. Anche se, nella sostanza, ha continuato a trovare sostenitori almeno fino alla fine degli anni Settanta del Novecento. Oggi continua ad essere serrata la querelle tra gli addetti ai lavori, paladini della conservazione, e molti rappresentanti delle pubbliche amministrazioni e, ancora di più, i costruttori. Ma la situazione è mutata. Dentro la città storica e in una larga fascia all’intorno, quasi ogni intervento di scavo per la realizzazione di una qualsiasi opera necessita di sorveglianza archeologica.

Spesso la Soprintendenza archeologica richiede preliminarmente all’avvio delle opere edilizie, indagini ad hoc. Insomma gli enti preposti alla tutela del patrimonio archeologico esercitano la loro influenza. A seconda della rilevanza archeologica dell’area si procede a carotaggi, trincee, saggi. Qualche volta, quando se ne ravvisi la necessità, a scavi estensivi. La documentazione, l’atto conclusivo, viene consegnato prima della restituzione dell’area. Perché entrino le ruspe, i mezzi meccanici e le squadre di operai edili e si inizino i lavori. Quasi mai la rilevanza delle eventuali scoperte può salvarle dalla distruzione. Anche negli ultimi anni è accaduto un’infinità di volte. Dalla Bufalotta, nell’area compresa tra il Centro Commerciale e il “Parco delle Sabine”, agli ex Mercati Generali, all’Ostiense. Dal cantiere della Metro C a San Giovanni al villino Fassi, non lontano da Via Po.

Una casistica  nella quale l’archeologia “entra” a volte da protagonista ed “esce” spesso in punta di piedi. Restituendo aree sulle quali s’insedia per un tempo variabile. Perché non essendo nella condizione di acquistare nessuna di quelle aree, alla fine dei lavori è comunque costretta a restituirle.

Così è accaduto anche allo spazio compreso tra via Cristoforo Colombo e via Padre Semeria. Nel rettangolo ancora inedificato che si trova sul lato destro, uscendo da Roma, della grande arteria che raggiunge Ostia. Poco dopo la grande cisterna circolare in opera reticolata. Nell’area la vegetazione fa da padrona, il verde spontaneo prospera. Ma girando intorno alla recinzione si possono vedere, all’interno, alcuni resti di strutture antiche. Anche se la mancanza di una qualsiasi cartellonistica, a parte quella che ne vieta l’accesso, rende quasi impossibile riuscire a capire di cosa si tratti. E’ cosi dalla primavera del 2006. Quando la Soprintendenza archeologica di Roma iniziò ad indagare nell’area sulla quale avrebbe dovuto essere realizzato un nuovo edificio, per i Postelegrafonici.

Come raccontò l’Espresso nel giugno del 2006, e successivamente La Repubblica alla fine di Ottobre dello stesso anno, nella parte che dà su via Padre Semeria si scoprì un ricco sepolcreto. Oltre ad un mausoleo, ben 80 tombe, perlopiù del tipo a cappuccina, datate tra il II e il III secolo d. C. Ma soprattutto una, quella che si guadagnò la celebrità. Una sepoltura isolata rispetto alle altre. Non solo. Anche piombata. Circostanze tanto particolare da far avanzare l’ipotesi che si fosse trattato di una sorta di strega. Un caso unico nel panorama romano. Insomma sembrava l’inizio di una storia differente da molte altre. Se non di valorizzazione dell’area e quindi di un ripensamento del progetto di edificazione, almeno di attenzione. Evitando che il rettangolo di verde spontaneo diventasse facile riparo per i senza tetto della zona e le prostitute che dal far della sera esercitano nei pressi. Come accade ormai da almeno sei anni. Sarebbe tempo che venisse trovata una soluzione. L’abbandono non è alternativa migliore della distruzione.