Ho camminato per Bologna e annusato l’aria di un tempo senza tempo però come allora quando i problemi erano lontani e restavano solo le quasi care ansie di sempre: amori felici o non corrisposti, esami vicini, le insicurezze del diventare grandi.

Tutto intorno solo feste, risate, sguardi intensi e confessioni, la certezza del possibile, la certezza del poter ancora mescolare le carte, del poter essere qualsiasi persona in qualsiasi luogo, del poter sognare l’impossibile dormendo sereni perché in ogni caso tutto era ancora lontano e non contava poi troppo. Ciò che contava era il gruppo, era la voglia di rivedersi davanti ad un caffè, davanti ad una pizza, davanti a una caterva di libri sfogliati appena, annusati o sfiorati ma non ancora fatti realmente propri.

A colpire solo qualche frase letta in qua e in là, un appunto scritto di lato con leggerezza senza neanche immaginare che solo quelle frasi e solo quegli appunti sono quello che più spesso resta nel tempo e che ancora si ricorda a distanza di anni come una canzone. Quello che resta nel tempo è la sensazione di allora di sentirsi padroni dell’intera città, di sentirsi forti e invincibili, sicuri e spavaldi o finti spavaldi ma quantomeno convinti di esserlo.

I locali gremiti dove si conosceva qualsiasi persona e ci si sentiva grandi uomini e grandi donne dalle mille esperienze che il più delle volte erano solo credute o immaginate. Ogni sera il vortice e la spirale di eventi consueti apparivano sotto nuova forma e sotto nuova luce nel reiterarsi consueto delle cose, ogni volta era come una festa pregna dell’ansia elettrica delle aspettative sulla soglia del compiersi.

Con il vestito giusto ci si sentiva pronti, carichi come armi sul punto di essere usate, protetti da armature ideali di miti inventati ma condivisi da tutti. Il passaporto per essere visti senza dare nell’occhio, notati e ammirati senza uscire dal cerchio, regine e re della notte pronti a danzare in amori reali o sperati, pronti a morire in risate infinite e a tratti insensate ma solo con il senno del poi.

Il passo incespicante e le colazioni rubate alle prime luci del giorno, canzoni inno e promesse, sussurri e commenti accolti da portici ospitali, e strade arancioni, bagnate, riflettori riflettenti di micro realtà personali allora credute importanti.

E adesso è bello pensare che almeno per un poco, ogni tanto, con gli amici di sempre, sia possibile sospendere il tempo e ritornare a ridere e pensare che ancora sia tutto lontano, che sia ancora pensabile essere chiunque in ogni luogo, possibilità possibile, sospendendo ogni giudizio e ogni decisione, restando fermi nel limbo spensierato di quando non sei ancora ma vorresti essere qualcosa, di quando ciò che vorresti essere rimanda il tempo a decisioni lontane e a momenti che ancora non ti appartengono.