Martedì 22, alle 11 di sera, alla scadenza puntuale dei tre giorni di congedo, Nasrin Sotoudeh, l’avvocata per i diritti umani premio Sakharov 2012 del Parlamento Europeo, è tornata nella sua cella del carcere di Evin. Prima delle 72 ore che le erano state concesse, aveva trascorso in prigione due anni e quattro mesi, neanche la metà della condanna a sei anni inflittale per “attentato alla sicurezza nazionale e propaganda contro il regime”.

“Si può dire” – ha scritto suo marito, Reza Khandan, sul suo profilo Facebook – “che è come se Nasrin sia stata arrestata un’altra volta. Prima di accordarle questo congedo temporaneo, le autorità le avevano ripetutamente assicurato che questo permesso sarebbe stato piuttosto lungo e, in qualche modo, permanente. Nasrin aveva detto loro con chiarezza che, se non fosse stato così, non avrebbe accettato un congedo di pochi giorni. Era infatti convinta che un periodo così breve non avrebbe fatto altro che causare ulteriore stress e turbamento ai bambini. Purtroppo aveva ragione e le sue previsioni si sono rivelate vere.”

In realtà si sapeva fin dal principio che il congedo era di soli tre giorni, ma siccome in altri casi i permessi temporanei erano stati prolungati fino a diventare – di fatto – definitivi, la speranza era che il termine venisse considerato dalle autorità iraniane con elasticità, anche per consentirle di effettuare esami medici e iniziare una terapia per riprendersi dello sciopero della fame di quasi 50 giorni, portato avanti da Nasrin Sotoudeh nell’ultima parte dello scorso anno.

Le autorità iraniane usano lo strumento del permesso temporaneo con arbitrarietà, allo scopo di creare maggiore pressione sui prigionieri politici e destabilizzare il fragile equilibrio emotivo loro e delle loro famiglie. Nel caso di Nasrin Sotoudeh, sapevano che questa manciata di giorni a contatto con i figli, la famiglia, la casa, non le sarebbero bastati. Volevano ubriacarla con una gioia transitoria per renderla più fragile. Conoscendo il suo carattere, non credo ci siano riusciti.

Dall’inizio dell’anno, tuttavia, va segnalato come le autorità iraniane abbiano concesso permessi temporanei ad altri prigionieri di coscienza. Sono tornati a casa – e al momento non risulterebbero aver fatto rientro in carcere  – in otto.

Il primo in ordine di tempo, il 7 gennaio, è stato Reza Shahabi, in cattive condizioni di salute dopo tre settimane di sciopero della fame. Shahabi è uno dei leader di uno dei sindacati più combattivi e più repressi dell’Iran, quello degli autisti del servizio pubblico urbano ed extraurbano di Teheran.

Il 10 gennaio è stata la volta dell’avvocato e difensore dei diritti umani Mohammad Ali Dadkhah. Lo scorso settembre aveva iniziato a scontare una condanna a nove anni di carcere per “appartenenza a un’associazione avente lo scopo di rovesciare il governo” e “diffusione di propaganda contro il sistema mediante interviste a media stranieri”.

Il 17 gennaio è uscita di prigione, grazie a un nuovo permesso, Bahareh Hedayat attivista della Scuola di economia dell’Università di Teheran, esponente della campagna “Un milione di firme“  per l’abolizione delle leggi che discriminano le donne) e dell’organizzazione studentesca Tahkim-e Vahdat. È stata condannata a nove anni e mezzo di carcere per “propaganda contro il sistema”, “interviste concesse a testate straniere”, “offesa alla Guida suprema”, “offesa al presidente”, “disturbo dell’ordine pubblico attraverso la partecipazione a raduni illegali” e “distruzione dell’ingresso e accesso illegale nell’università Amir Kabir”.

Il 22 gennaio, mentre Nasrin Sotoudeh rientrava in carcere ad Evin, uscivano da quello di Rajai Shahr a Karaj e dalla stessa prigione di Evin, quattro giornalisti, tutti condannati per “propaganda contro il sistema”, per aver scritto ciò che non dovevano scrivere in occasione delle contestate elezioni presidenziali del 2009: i coniugi Masoud Bastani e Mahsa Amrabani, Bahman Ahmadi Amouee (cinque anni di carcere per propaganda  e “insulto al presidente) e Ahmad Zeidabadi, (sei anni di carcere seguiti da cinque anni di confino e dal divieto permanente di svolgere qualsivoglia attività politica o sociale).

E’ tornato temporaneamente a casa anche un altro sindacalista, Behnam Ebrahimzadeh. Al suo unico figlio Nima, 13 anni, è stato diagnosticato un tumore.