In sanità, quando gli uomini della politica e delle istituzioni sono manifestamente incapaci, finisce che tutto si riduca a legalità e che la magistratura prenda il posto delle istituzioni sanitarie. Qualcosa di simile è capitato all’Ilva un caso che a quel che pare rischia di diventare per la sanità un metodo.

In Italia il 43% dei parti cesarei sarebbe del tutto ingiustificato con uno spreco di denaro di 85 mln. Il ministro Balduzzi, ha dichiarato: “ in presenza di dati che creano ragionevoli dubbi sulla legalità dei comportamenti c’è il dovere di perseguire la strada giudiziaria”. Al suo fianco  il comandante generale dei carabinieri Nas, aggiungeva “si potrebbero ipotizzare reati che vanno dalle lesioni personali gravi alla truffa a carico del Servizio sanitario nazionale, al falso in atto pubblico”. Come dare loro torto: se ci sono dei reati è giusto perseguirli. Ma sono realmente reati?

Rispetto alla complessità sanitaria essi sono in realtà delle gravi disfunzioni da correggere e per lo più causate proprio dall’assenza di politiche sanitarie appropriate. Ma se questi presunti reati sono causati dall’inefficienza della politica ,allora anche il ministro Balduzzi, vale a dire il “riformista che non c’è” potrebbe essere chiamato a rispondere per reati analoghi a quelli elencati dal generale dei carabinieri. Del resto mi pare sia questo il senso dello sciopero dichiarato dai ginecologi, chirurghi e ostetriche a proposito di “responsabilità medica”. Sia il Parlamento che il Ministero, a tal riguardo non facendo nulla, hanno finito con l’esporre gli operatori della sanità a sempre più crescenti contenziosi legali.

Dietro ai tagli cesarei, come dietro a qualsiasi pratica sanitaria, vi è una realtà complessa  fatta di minimali condizioni di lavoro, sistemi tariffari, domanda sociale indotta da estesi processi di medicalizzazione, operatori impauriti dai rischi professionali. Ebbene, cosa può fare la magistratura di fronte a tale complessità se non essere l’estensione giudiziaria de “il riformista che non c’è” chiamata in causa per risolvere i problemi che per via politica gli uomini della sanità non sono riusciti a risolvere? Di problemi come quelli dei tagli cesarei, in sanità, ce ne sono a centinaia. Cosa facciamo? Anziché cambiare le cose mandiamo tutta la sanità in tribunale? Ma si rende conto il nostro “riformista che non c’è” quanto grave sia la sua incapacità, la stessa, tra l’altro, che sta esponendo l’intero settore al rischio di privatizzazione?

Da anni penso che il maggior problema della sanità sia la “politica incapace” non la politica in quanto tale e mi piacerebbe che le sue responsabilità fossero giudicate elettoralmente. Ma in questa campagna elettorale la questione è come rimossa e da quel che ho visto sino ad ora nessuno ha presentato proposte convincenti. Questo mi preoccupa, e non poco. Oggi la sanità pubblica è tra due fuochi incrociati: da una parte la sua regressività culturale rispetto ai cambiamenti sociali che la contrappongono ai cittadini e dall’altra la sua presunta insostenibilità finanziaria che la contrappone all’economia. Servirebbe una riforma proprio per toglierla da questa scomoda posizione. Ma da quel che vedo non è aria.

Non mi meraviglia quindi se il “riformista che non c’è” ponga la questione legale proponendosi in campagna elettorale come proteso a salvare i cittadini dagli orrori dei tagli cesarei quando in realtà gli orrori veri dai quali salvare la sanità sono quelli causati dalla sue omissioni. Trovo grottesco che nel caso dei tagli cesarei gli operatori rischino di andare in tribunale mentre  il “riformista che non c’è” rischi nonostante tutto solo di essere rieletto.