“Perché io pure sono d’accordo che non sono mai esistite le camere a gas e non c’è mai stata nessuna deportazione, sono il primo a dirtelo…”. “Quella studentessa ebrea mi ‘stizza’. Io a questa qua la devo picchiare, o la picchio o la stupro e le faccio uscire il sangue dal culo”. Uno dice: non c’è bisogno nemmeno di commentare: l’idiozia, la miseria, l’ignoranza non hanno bisogno dell’analisi logica. Invece quest’operazione dei Ros che giovedì ha portato in carcere sette esponenti di un’organizzazione di estrema destra, alcuni dei quali legati anche a CasaPound, tra Napoli, Salerno e Latina, qualche commento lo merita. Le ipotesi di reato sono banda armata, associazione sovversiva, detenzione e porto illegale di armi e di materiale esplosivo, lesioni a pubblico ufficiale e attentati incendiari. I “ragazzi” sono accusati di aver organizzato scontri di piazza a Napoli, assalti a un centro sociale con bottiglie incendiarie, istigato giovani militanti all’odio etnico e all’antisemitismo, stavano progettando un attentato ai danni di un commerciante ebreo. Si può liquidare questa storia come una vicenda che coinvolge un manipolo di esaltati? Dall’ordinanza che dispone le misure cautelari emergono connivenze con gli ultrà picchiatori e il ruolo di un munifico benefattore.

“Li vedi questi soldi – dice uno degli arrestati, intercettato nella sede di CasaPound – ce li ha dati un camerata, uno che possiede una quarantina di pizzerie tra Napoli e provincia e ci ha dato un contributo, lui è miliardario e ci ha dato una cosa di soldi”. Quindi non sono né sfessati, né isolati, né innocui. Forse non c’è un pericolo neofascista in Italia. Ma è stupefacente che all’alba del 2013 questa ignoranza offensiva, volgare, violenta abbia tanta presa. Perché non abbiamo sviluppato gli anticorpi necessari – e parlo di conoscenza e consapevolezza – è quindi un interrogativo da non trascurare.

Liliana Segre è un’ebrea sopravvissuta prima ad Auschwitz e poi a umiliazioni come “le camere a gas non sono mai esistite”: è doveroso scusarsi con lei se il suo nome viene menzionato nello stesso articolo in cui compaiono tante dolorose menzogne. Mentre a Napoli i camerati venivano arrestati, lei – numero di “matricola” 75190 tatuato sull’avambraccio – a Milano raccontava l’inizio della deportazione, con l’arresto e il trasferimento nel carcere di San Vittore. Oggi ha 83 anni, ne aveva 13 quando arrivò nel lager: ha parlato di sé e di quello che ha visto con un’energia e un’indignazione commoventi. Del suo intervento, basta ricordare un passaggio: “Quando sono tornata da Auschwitz qualcuno ha avuto il coraggio di avvicinarmi e di chiedermi dov’ero ‘sparita’. Dicevano che loro non sapevano nulla, ma non è vero. Bastava così poco per sapere, per vedere”.

Dopo ci sono stati i libri, i film, le testimonianze dei pochi superstiti all’Olocausto: ebrei, rom, omosessuali, disabili, oppositori politici. Eppure non basta. Oggi è il giorno della memoria: le edificanti conversazioni dei camerati napoletani sono la dimostrazione che non è affatto una bandierina del politicamente corretto.

Il Fatto Quotidiano, 27 gennaio 2013