In Italia ci sono 43 milioni di persone che presentano la dichiarazione dei redditi. Di queste, 21 milioni sono lavoratori dipendenti e 15 milioni pensionati; poi ci sono 6 milioni di lavoratori autonomi. Sempre in Italia ogni anno si evadono 160 miliardi di euro; è quindi escluso che si possa contare sull’onestà dei cittadini per riscuotere le imposte dovute. I lavoratori dipendenti e i pensionati evadono poco o niente: a loro le imposte gliele trattengono prima di erogargli salario o pensione; possono fare un po’ di lavoro nero, ma i miliardi evasi non stanno qui. Restano 6 milioni di lavoratori autonomi che si fregano l’equivalente del gettito tributario Irpef annuale (150 miliardi di euro riscossi, 160 rubati con l’evasione).

Siccome alcuni di questi non evadono e altri evadono poco, il problema è acchiappare i ladri più grossi. Ovviamente non si può mettere un finanziere accanto a ogni contribuente; e nemmeno si possono fare 3 milioni di accertamenti, l’amministrazione finanziaria dispone di risorse limitate. Il problema dunque è non sprecarle. Il redditometro serve a identificare quelli che presentano maggiori probabilità di evasione; poi si procederà con i sistemi abituali: accertamento ed eventuale ricorso alle Commissioni tributarie.

Come funziona il redditometro lo sanno tutti. Il Fisco somma quanto speso nell’anno per immobili, ristrutturazioni, mutui, spese sanitarie private, assicurazioni, automobili, personale di servizio e tante altre categorie (100), tutte desumibili da banche dati di cui ha la disponibilità; ne risulta un ammontare di spesa ragionevolmente certo (è sempre possibile che il dato sia sbagliato o che l’archivio non sia stato aggiornato ). Somma anche i cosiddetti consumi correnti (alimenti, ristoranti, abbigliamento, spese telefoniche e molto altro), determinati su base statistica; e anche qui ne ricava un totale di spesa. Paragona poi il totale complessivo al reddito dichiarato. Se c’è una discrepanza rilevante (maggiore del 20%) ne chiede conto. Non succederà sempre: sono previsti circa 35.000 interventi; e i casi di discrepanza saranno considerevolmente maggiori…

Le critiche rivolte al redditometro sono numerose. Da quelle tradizionali (Stato di polizia, grande fratello, violazione della privacy; come se la verifica fiscale fosse una vessazione e il tentativo di recuperare l’evasione un abuso) a quelle più tecniche, in particolare la cosiddetta inversione dell’onere della prova e l’inattendibilità della determinazione dei consumi su base statistica. Ovviamente vale la pena di occuparsi solo di queste ultime.

Non è vero che vi sia inversione dell’onere della prova. Immaginiamo un processo penale dove la prova della colpevolezza deve essere fornita dall’accusa. L’imputato è accusato di aver commesso una rapina, è stato riconosciuto da un paio di clienti; al pm che indaga (e che ha già una prova a suo carico, il riconoscimento) dice di essere innocente e che, il giorno della rapina, era in un’altra città. A questo punto il pm deve dimostrare che l’alibi è falso. Così funzionerà il redditometro. Fisco: hai comprato una casa spendendo 400.000 euro, ho qui la fattura dell’impresa costruttrice; e hai dichiarato un reddito di soli 50.000 euro. Contribuente: vero, ma ho venduto un’altra casa per 300.000 euro, avevo 50.000 euro risparmiati e depositati in banca e altri 50.000 me li ha dati mia sorella. Sta al Fisco provare che tutto ciò non è vero; certo il contribuente dovrà dirgli in quale banca aveva depositato i risparmi e lo stesso dovrà fare la munifica sorella. Ma fornire queste informazioni non è inversione dell’onere della prova: si chiama onere di “allegazione”; se mi limitassi a dire: avevo i soldi perché li ho risparmiati, come farebbe il Fisco a controllare e, se del caso, a provare il contrario?

Un po’ più delicato è il problema della determinazione statistica che ha, per sua natura, un certo margine di inattendibilità. Il redditometro però garantisce una soglia del 20% tra speso e dichiarato: al di sotto non si procede. Ora, quanti pranzi al ristorante, quanti vestiti, viaggi e vacanze occorrono per superare il 20% del reddito dichiarato? E per il resto (riscaldamento, elettrodomestici, consumi vari) il contribuente presenterà fatture e scontrini. Uffa, che noia, devo conservare tutta questa roba? Bè, sì, se non vuoi essere sottoposto a verifica. Altrimenti affronta il giudizio avanti alle Commissioni tributarie; dove, sia chiaro, la presunzione semplice (e la determinazione statistica è una presunzione semplice) non è considerata prova valida per accogliere le tesi del Fisco. E allora perché il redditometro prevede queste presunzioni statistiche? Semplice: perché si tratta di un sistema di identificazione di possibili evasori, non di un accertamento o, peggio, di una condanna. Insomma, interveniamo dove è più ragionevole farlo; poi si vedrà.   Certo ci sono altri sistemi. Il sorteggio. Oppure la decimazione: ogni 45.000 cittadini ne pigliamo 1. Questo sì che rispetta la privacy e la Costituzione.

Il Fatto Quotidiano, 26 gennaio 2013