Sono stato aspramente criticato in quanto irresponsabile per il mio coming out a favore dell’Altrapolitica (nelle due “letture” in campo, di Ingroia come del M5S); esclusivamente come prospettiva/auspicio della bonifica di un ambiente ormai tossico, quale l’arena pubblica italiana. E niente più. I recenti sommovimenti nel campo della cosiddetta “responsabilità” confermano l’urgenza di mandarli tutti a casa. Manovre di potere prive di qualsivoglia contenuto riconducibile all’interesse generale o – comunque – a un’idea di problem solving.

Il Pd bersaniano (con la piccola protesi vendoliana) resta immobile nel timore di perdere quote del vantaggio accreditatogli dai sondaggi. Così facendo asseconda l’attitudine primaria del proprio dna al non assumere responsabilità dirette, ma offre il fianco alle bordate dei competitori; che potrebbero diventare devastanti in terra di Siena, se l’approfondimento delle antiche collusioni tra politica e finanza celebrate sotto le volte del Monte Paschi spalancherà ulteriori sentine maleodoranti. Altri scandali, a riprova di un’etica pubblica irrimediabilmente lesionata. E non ci sarebbe poi troppo da stupirsi, visto che mesi fa proprio il Pierluigi Bersani è risultato destinatario di un centomila euro graziosamente donati da quei siderurgici Riva noti benefattori (così come al tempo dei “furbetti del quartierino” il solito Bersani difendeva a spada tratta il governatore di Bankitalia Antonio Fazio sponsor dei saccheggiatori).

Intanto, a fronte della staticità pidina, continua il mordi-e-fuggi degli inseguitori: Monti e Berlusconi, entrambi interessati a conquistare la posta d’onore elettorale per imporre i propri voleri al presunto vincitore (una sanatoria personale il Cavaliere, la premiership il Professore). Intanto qualcosa è cambiato. Non certo nella stanca riproposizione di vecchie gag da parte di Berlusconi, che funzionano soltanto perché la ventennale colonizzazione Mediaset degli immaginari collettivi ha lasciato consistenti serbatoi elettorali attivabili al solo risuonare della parola “comunismo”. È il pool montiano a funzionare da termometro delle variazioni. Infatti sino a ieri la sua prospettiva strategica era quella di apparentarsi con il Pd dopo le elezioni per fare maggioranza nei due rami del Parlamento; tanto da rifiutare l’entrata nella propria compagine del pittoresco Oscar Giannino e la sua banda di liberisti/mercatisti sciroccati (Boldrin, Zingales…) invisi ai vari Fassina. Scelta che forse Monti non farebbe più, dal momento che inizia a praticare un doppio occhiolino alternato a punture di spillo. Dunque rivolto anche verso l’area berlusconiana. Ma non intesa come potenziale elettorato, bensì come potenziali parlamentari eletti. In sostanza, se i Cameron nostrani (Monti, Casini, Fini) vogliono creare un bipartitismo perfetto devono riassorbire l’anomalia forzaleghista. Non potendo farlo sottraendogli voti, lo si perseguirà intercettando transumanze di berlusconiani che ritengano più promettente, dal punto di vista carrieristico, una personale collocazione nell’area dove si negoziano gli organigrammi di governo. Chi di mercato delle vacche parlamentari ferisce…

Questo è quanto inducono a pensare gli indizi disseminati in questi giorni da una campagna elettorale che più deludente non si può. Che in quanto tale conferma il giudizio dell’inemendabilità dei suoi protagonisti, da cui sarebbe spaventosamente ingenuo aspettarsi qualcosa di buono. Anche se la scopa è quello che è. Grillo, che straparla di anti-antifascismo mentre gli hitleriani di Casa Pound (“arruolabili” nel M5S, seppure “a certe condizioni”. Quali, di grazia?) prospettano stupri e altre carinerie democratiche. Mentre Antonio Di Pietro, azionista importante del rifondazionismo ingroiano, si ritrova con l’ennesimo scandalo di malversazione e saccheggio di pubblico denaro (con cui ci si comprava lingerie e vini francesi) ad opera di suoi fiduciari. Questa volta liguri. Altrapolitica pure questa? Adesso – però – il tema è soltanto fare punto a capo.