La legge “salva Ilva” varata dal Governo Monti “è niente più che una legge ad aziendam, che si colloca nella scia delle leggi ad personam inaugurata negli ultimi venti anni in Italia”. È il duro affondo del presidente della Corte d’appello di Lecce, Mario Buffa, che in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario ha dedicato (oltre alla copertina della sua relazione) un intero capitolo alla vicenda del capoluogo ionico che sta coinvolgendo, in uno scontro istituzionale che arriverà fino alla Corte Costituzionale, azienda e Governo da una parte e magistratura dall’altra.

Per il presidente Buffa, dunque, la legge 231 che consente alla fabbrica del Gruppo Riva di tornare a produrre e commercializzare i prodotti già sequestrati come corpo del reato è “una legge che riconsegna lo stabilimento a coloro che fingevano di rispettare le regole di giorno e continuavano ad inquinare di notte; a coloro che ogni giorno alzano il livello dello scontro, assumendo, come dice Saltalamacchia (Ciro Saltalamacchia, avvocato generale dello Stato, ndr), un vero e proprio atteggiamento di sfida, e nonostante tutto, pur dicendosi garanti del loro posto di lavoro, continuano in realtà a tenere inattivi i lavoratori dello stabilimento e a minacciare cassa integrazione e licenziamenti”. Parole pronunciate alla presenza di Vitaliano Esposito, già procuratore generale della Cassazione, incaricato dal Consiglio dei ministri di verificare l’osservanza da parte dell’Ilva delle prescrizioni Aia.

Nel suo intervento Buffa ha ricordato come quattro anni fa, dopo il suo invito al procuratore di Taranto Franco Sebastio e ai suoi sostituti a rafforzare l’attività sullo stabilimento, “il presidente della società Riva mi scrisse una lettera, accompagnata da una elegante brochure, per dirmi anche lui che avevo sottovalutato l’impegno profuso dalla società per garantire nella fabbrica condizioni di maggiore sicurezza e per eliminare progressivamente l’inquinamento ambientale che in sostanza finiva col riconoscere come già verificatosi”. Il tentativo dei vertici aziendali, però, non produce frutti. “Mi invitò anche a visitare lo stabilimento per rendermene conto – ha raccontato ancora il magistrato – ma io non fui tanto incauto da accettare l’invito… Il giorno dopo forse i giornali avrebbero titolato (ed era quello che probabilmente l’Ilva voleva) che il presidente della Corte di appello aveva visitato lo stabilimento per rendersi conto personalmente che l’opera di risanamento procedeva regolarmente. Risposi quindi, pur ringraziando per l’invito, che una mia visita sarebbe stata inutile in quanto altri e non io aveva la competenza necessaria a rendersi conto di quel che avveniva”. E i magistrati tarantini, alla fine, sono entrati nello stabilimento siderurgico: il 26 luglio 2012, con un’ordinanza firmata dal gip Patrizia Todisco, hanno sequestrato senza facoltà d’uso la fabbrica che secondo le perizie degli esperti “genera malattie e morte” tra gli operai e i cittadini di Taranto.

“Con grande sofferenza – ha detto il presidente della Corte d’appello riferendosi ai colleghi tarantini – sono sicuro, i giudici di Taranto (ai quali –particolarmente al gip Patrizia Todisco- voglio dare atto pubblicamente della serietà con la quale hanno svolto il loro lavoro, senza protagonismi ed anzi col massimo riserbo, senza fughe in avanti ma con la necessaria fermezza) con grande sofferenza dunque, per la drammaticità della situazione che si sarebbe determinata, i giudici di Taranto sono venuti nella determinazione di sequestrare lo stabilimento e di vietarne l’attività, disponendo al contempo misure cautelari a carico dei responsabili con imputazioni gravissime quali disastro doloso e/o colposo, avvelenamento di sostanze destinate all’alimentazione (che avrebbe potuto comportare l’abbattimento di intere greggi di ovini, la distruzione di ingenti quantitativi di mitili allevati nel locale mar piccolo, il pericolo di gravi danni alla salute di un numero indeterminato di persone)”.

Il magistrato a capo del distretto che comprende Lecce, Brindisi e Taranto non risparmia la politica: “Può avere anche ragione il ministro Passera a definire irreparabile, con un aggettivo così radicale, il danno che deriverebbe non solo a Taranto, ma forse all’intera economia nazionale, dal blocco definitivo dell’attività dello stabilimento. Ma un danno irreparabile purtroppo si è già verificato e sono i morti, i malati di tumore e di leucemia che hanno funestato finora un’intera città”. E infine sul conflitto che si è creato tra poteri dello Stato ha spiegato che “ancora una volta la magistratura si è trovata da sola a dover far fronte ad un problema di proporzioni enormi, che altri con la sua indifferenza e negligenza ha lasciato ingigantire” con un chiaro riferimento ai legami tra politica, istituzioni e azienda emersi che grazie al lavoro della Guardia di finanza di Taranto che ha condotto l’indagine denominata “ambiente svenduto” .

“Io voglio solo augurarmi – ha concluso Buffa – che la comunità di Taranto sappia trovare la sua unità, intorno a questo problema; che si renda conto quanto sia assurdo contrapporre il diritto al lavoro al diritto alla salute, di quanto cinismo ci sia nello slogan che è stato gridato nelle piazze secondo cui di tumore si potrà morire in futuro ma con la perdita del lavoro si può morire subito. I cittadini di Taranto hanno diritto di lavorare e di non vedere sacrificato oltre, il diritto dei loro figli di crescere in un ambiente sicuro per la loro salute” e ha chiesto alla comunità di essere uniti perché “l’avversario è forte anche se non invincibile, è forte perché è riuscito a farsi fare in brevissimo tempo una legge che ha bloccato per ora, fino a quando la Corte Costituzionale non si sarà pronunciata sulla sua legittimità, l’azione dei giudici”, ma nonostante questo “la magistratura sarà al loro fianco e farà fino in fondo il suo dovere di presidio della legalità, che non si arresterà di fronte ad un decreto che sembra privilegiare solo le ragioni dell’impresa, autorizzata a continuare a produrre, senza una immediata rimozione delle fonti di inquinamento, in una situazione di attuale e concreto pericolo, che non può essere eliminata per decreto”.