No alla sovraesposizione mediatica, ma soprattutto al passaggio immediato dalla magistratura alla politica che resta un punto critico. Il messaggio arriva in stereofonia dalle Corti d’appello di mezza Italia: Milano, Roma, Genova, Palermo, Bari. La prima stoccata è del presidente della Corte di Appello di Roma Giorgio Santacroce: “Non mi piacciono – ha affermato – i magistrati che non si accontentano di far bene il loro lavoro, ma si propongono di redimere il mondo”. “Nel pieno di una campagna elettorale – ha detto l’alto magistrato – che si preannuncia molto combattuta non trovo nulla da eccepire sui magistrati che abbandonano la toga per candidarsi alle elezioni politiche. Candidandosi esercitano un diritto costituzionalmente garantito a tutti i cittadini. Piero Calamandrei (uno dei padri del diritto italiano, ndr) diceva però che quando per la porta della magistratura entra la politica, la giustizia esce dalla finestra. Come dire che i giudici, oltre che essere imparziali, devono anche apparire imparziali”.

Poi l’affondo: “Non mi piacciono – ha affermato – i magistrati che non si accontentano di far bene il loro lavoro, ma si propongono di redimere il mondo. Quei magistrati, pochissimi per fortuna, che sono convinti che la spada della giustizia sia sempre senza fodero, pronta a colpire o a raddrizzare le schiene. Dicono di essere impegnati ad applicare solo la legge senza guardare in faccia nessuno, ma intanto parlano molto di sé e del loro operato anche fuori dalle aule giudiziarie, esponendosi mediaticamente, senza rendersi conto che per dimostrare quell’imparzialità che è la sola nostra divisa, non bastano frasi ad effetto, intrise di una retorica all’acqua di rose. Certe debolezze non rendono affatto il magistrato più umano”.

Ma il presidente Santacroce non è l’unico magistrato a esprimere questo disagio. E’ una criticità grave e preoccupante sotto l’aspetto della confusione dei ruoli” dice per esempio il presidente della Corte d’Appello di Bari, Vito Marino Caferra. “Non si discute della legittimità di certe scelte – continua Caferra – ma si pone soltanto un problema di opportunità politico-istituzionale”. “Il caso del magistrato che nell’esercizio delle libertà fondamentali (riconosciute ad ogni cittadino) – prosegue – svolge attività politica attiva pone un serio problema di credibilità non solo per il singolo magistrato ma per l’intero ordine giudiziario”. “La libera stampa – ricorda – ha segnalato il grave fenomeno dei magistrati inquirenti che si candidano in piena concorrenza con i politici appena indagati; perché così quei magistrati inquirenti, anche per le informazioni riservate di cui sono portatori, alterano il gioco democratico dando luogo ad una sorta do concorrenza sleale nell’agone politico”.

Parla di anomalia il presidente della Corte d’appello di Genova Mario Torti, riferendosi a “quei magistrati che, dopo aver acquisito notorietà in campo professionale, magari con esposizioni mediatiche non proprio misurate, lasciano temporaneamente la toga per questo o quel partito politico” sono “un’anomalia” ed è un passaggio che “per lo più non è valutato positivamente”. “Vanno evitate condotte che creino indebita confusione di ruoli – ha detto Torti – e fomentino l’ormai intollerabile e sterile scontro tra politica e magistratura. Ciò accade quando il magistrato si propone per incarichi politici nella sede in cui svolge la sua attività, o quando esercita il diritto di critica pubblica senza tener conto che la sua posizione accentua i doveri di correttezza, compostezza e sobrietà”.

L’argomento è toccato anche dal presidente della Corte d’appello di Milano Giovanni Canzio che invoca “equilibrio, moderazione, sobrietà e riservatezza, anche sul piano dei rapporti con i media e con la politica, rispetto e leale collaborazione con le altre istituzioni”. Secondo Canzio, coniugando potere e responsabilità l’indipendenza dei giudici sarà vista come la garanzia fondamentale dei cittadini per l’applicazione imparziale e uniforme della legge nello stato di diritto, così “da scongiurare il rischio che la crescita esponenziale del ruolo di supplenza della magistratura nella governance, all’incrocio tra politica, economia e diritto, sposti il fondamento della legittimazione sul terreno delle pratiche del consenso sociale e popolare”. 

Infine il duro richiamo della Corte d’appello di Palermo, Vincenzo Olivieri: “Noi magistrati dobbiamo capire che è arrivato il momento di modificare molti dei nostri atteggiamenti. La comunità nazionale e internazionale ci scruta, stigmatizzando l’enfasi mediatica che viene data a certi provvedimenti, la sovraesposizione e i protagonismi di alcuni costantemente presenti in talk show televisivi dove disquisiscono di processi in corso”. “La candidatura politica del magistrato getta a ritroso un’ombra per il possibile condizionamento dell’attività giurisdizionale – ha aggiunto il consigliere del Csm Franco Cassano – e dà all’opinione pubblica il dubbio sull’attività precedentemente svolta”. Cassano è vicino a Magistratura democratica, la stessa corrente dell’ex aggiunto Antonio Ingroia candidato alla presidenza del Consiglio per Rivoluzione Civile.

Nel dibattito da una parte entra l’Anm che ribadisce la necessità di una soluzione. La vicepresidente Anna Canepa ha sottolineato come “i magistrati politicizzati non dovrebbero esistere. I magistrati che ambiscono ad andare in politica sono magistrati che hanno una giusta aspirazione prevista dalla Costituzione. Ma quello che bisogna assolutamente evitare è l’appannarsi dell’immagine dell’indipedennza e imparzialità. Molto spesso purtroppo i magistrati che entrano in politica sono pm titolari di indagini e a nostro parere questo sovrappone le figure e appanna nei cittadini l’immagine di imparzialità del magistrato. Non dobbiamo creare nei cittadini confusione”.

Dall’altra del sindaco di Napoli Luigi De Magistris“Una litania che si ascolta da anni”. “Il Parlamento deve legiferare – spiega De Magistris – La Costituzione prevede che i magistrati possano candidarsi: il legislatore deve intervenire per disciplinare i contesti – ha sottolineato – e soprattutto quando un pm decide dopo la politica di tornare alla magistratura”. “Io in assenza di un quadro legislativo, quando decisi di fare politica mi sono dimesso – ha ricordato – Altri non lo fanno ed è un diritto. Oggi sono contento che un magistrato si candidi perché in Parlamento preferisco un magistrato dalla schiena dritta a un mafioso. Da qui il mio appoggio a Ingroia”.