Abramo Lincoln è un alieno che conosce gli uomini, legge i loro pensieri, manovra le loro debolezze. Il 16° presidente degli Stati Uniti sembra arrivato da un altro pianeta per essere l’interprete di una volontà superiore. Si materializza come evento della Storia, capace di usare ogni mezzo per avverare quell’ineluttabile che gli uomini comuni non hanno neppure la capacità di concepire possibile. Vero Principe machiavellico, come ha giustamente sostenuto sul Fatto Maurizio Viroli, o hegeliano individuo cosmico-storico, l’uomo che ha abolito la schiavitù per Steven Spielberg è l’incarnazione dello spirito della politica nobile, quella che osa portare la realtà in una terra ignota e più avanzata in nome del bene comune.

Il regista di Salvate il soldato Ryan – richiamato nella prima, feroce, scena iniziale di Lincoln – realizza un raffinato film-trattato su cosa significhi comandare quando si ha a cuore non il proprio destino individuale, ma ciò che è giusto e che quindi, solo, può riportare l’armonia in una società in guerra. Abramo Lincoln, nato povero nel 1809 in una capanna del Kentucky e assassinato da presidente il 15 aprile 1865, nelle bellissime foto d’epoca è immateriale e carismatico, come il sempre straordinario Daniel Day-Lewis riesce ad essere, ed emana il rigore e la purezza di chi non ha a cuore la mera dimensione individuale. Spielberg racconta sontuosamente anche l’intrico personale tra uomo-politico-marito-padre, soggetto della storia e soggetto della vita, ma con Lincoln realizza senza dubbio il suo film più compiutamente teorico sull’evanescenza dell’individualità. Film-saggio, lungo, talvolta retorico (la scena dell’approvazione del XIII emendamento) ma sempre funzionale all’idea di fondo, Lincoln è l’omaggio incondizionato non a un uomo, ma all’idea che quest’uomo significa (tema squisitamente spielberghiano). La lotta per l’abolizione della schiavitù è il nodo in cui si condensano le correnti del tempo, e il film racconta solo questo episodio. Senza dirci che Lincoln non era un fervente abolizionista, tutt’altro: lo divenne dopo anni di guerra di secessione e centinaia di migliaia di morti. Un massacro compiuto sotto la sua prima presidenza. Ma il film parla solo della battaglia per rendere i neri liberi e Spielberg non rivela mai i pensieri profondi del suo protagonista. Mostra invece le azioni sagaci del politico. Tutto è lecito per arrivare all’unico risultato auspicabile in quell’America insanguinata. Il repubblicano Lincoln compra voti democratici, corrompe, persuade, costruisce macchinazioni per avverare ciò che vuole. Mente. Ma non per il proprio potere.

La grandezza di questo film “giudiziario”, in cui al posto del tribunale c’è la Camera a Washington e al posto dell’avvocato buono c’è il presidente per eccellenza, eleva al massimo la navigata capacità pedagogica di Steven Spielberg che si misura con il senso più filosofico della politica. Che, non a caso, si palesa quando ci sono guerre, morti, profonde ingiustizie. Ma che, suggerisce il regista, è un dovere morale sempre. Anche in questi tempi di così scarsa grandiosità, in cui si scambia facilmente la propria soggettività per la sola verità. La differenza tra un dittatore e un eroe, un grande narcisista e un uomo vero, è nell’abdicare persino a se stessi, nel non uniformare tutto a sé, ma nel farsi attraversare dalle correnti della storia concretizzandone il senso e i nuovi valori.

Spielberg, il grande, non ha mai avuto paura di confrontarsi con l’utopia e l’eroismo. Nella storia di questo Schindler all’ennesima potenza ha raggiunto però una capacità di scrittura, nei dialoghi e nella dialettica interna a ogni scena, una chiarezza nel gioco tra teatralità e verità, menzogna e intimità, che lasciano ammirati. Oltre ai molti pregi o ai pochi difetti del (bel) film,Lincoln è pensiero politico. E di notevole livello.