Un’altra Italia, anche come numero, vive e lavora all’estero: sono gli emigrati, i loro figli o discendenti di italiani. Una pagina della loro storia l’hanno vissuta sotto le dittature. In Argentina molti giovani studenti, oriundi italiani, subirono il carcere, la tortura o finirono nel triste elenco dei desaparecidos. Una vicenda che in Italia si fatica a ricordare.

Trentamila furono i desaparecidos durante la dittatura militare in Argentina dal 1973 al 1983. Moltissimi gli oriundi italo-argentini che sparirono dopo le torture o che vennero subito ammazzati. Gli italo-argentini furono vittime ma anche carnefici. Nel libro Nunca Mas (Mai più), il rapporto della Comisión Nacional sobre la Desaparición de Personas che indagò su quel periodo, ci sono cognomi italiani anche fra i torturatori. Ancora oggi in Argentina ci sono processi contro militari che si sono macchiati di sequestri e sparizioni degli oppositori al regime.

Silvina Berti è una professoressa universitaria di Rio Cuarto, una città di quasi 150 mila abitanti nella provincia di Cordoba. Il fratello di Silvina, Carlos, oriundo italiano di origini trentine, sparì quando aveva 22 anni. Ma in Italia quel periodo pare ormai lontano, quasi dimenticato. Così pure in Trentino: “Dobbiamo programmare, dobbiamo vedere se è possibile” le risposte assai burocratiche, che svelano il disinteresse, delle istituzioni locali a coloro che ripropongono il tema. Ecco la lettera di Silvina Berti in ricordo del fratello Carlos.

Carlos è sparito!
Era una calda giornata d’estate a Rio Cuarto, nello Stato di Cordoba, quel 22 febbraio del ’55 quando nacque Carlos. Io sono nata tre anni dopo. Era il quinto figlio di emigrati italiani in Sud America. Mio nonno, Adelo Berti, era arrivato in Argentina coi suoi genitori e i suoi fratelli alla fine del Secolo XIX. Provenivano da un piccolo paesino del Trentino, Denno.
Ancora oggi, durante l’estate, quando cammino per la piazza centrale di Rio Cuarto, sotto i tigli, chiudo gli occhi e rivedo tutti noi da bambini a rincorrerci, giocare a nascondino, mangiare il gelato, aspettando il carnevale. Allora abitavamo nel centro della città, ma la vita aveva un ritmo diverso, tutto era più tranquillo, più calmo. Andavamo alla scuola Manuel Belgrano e, nel pomeriggio, camminavamo tutti insieme, con le nostre tipiche e inconfondibili camice bianche, trascinandoci dietro le cartelle. Abbiamo frequentato la scuola secondaria del Colegio Nacional. Carlos era intelligente e non lo dico soltanto perché era mio fratello. Erano gli stessi insegnanti che gli riconoscevano questa dote, così pure i suoi compagni di classe. Li aiutava nei compiti, in classe e al termine dell’ultimo anno di quinta i suoi compagni scrissero sul muro della scuola: “Carlos Berti: salvatore”.
Non saprei dire quando Carlos cominciò ad interessarsi di politica, anche se in famiglia, soprattutto quando si pranzava, si discuteva su ciò che stava accadendo nel paese e nel mondo. E già si creavano le divisioni: papà da una parte, i miei fratelli dall’altra ed io un po’ in disparte, a fare da spettatrice anche a causa della mia età.
Ogni giorno, quando tornavamo da scuola, Carlos andava dritto alla fabbrica di piastrelle di proprietà della mia famiglia. Rimaneva ore a parlare con Villagra, il capo operai. Era un suo grande amico. Villagra, fino a poco prima di morire, ricorderà Carlos con affetto, mentre gli occhi si inumidivano. Per non mostrare l’emozione, se li asciugava con un fazzoletto, facendo finta che fosse la polvere a provocargli quell’arrossamento.
Dopo il Colegio Nacional, Carlos andò all’università di Córdoba, all’Istituto di matematica, astronomia e fisica. Anche lì era un brillante studente ed è lì che iniziò la sua vera militanza politica. Dopo il colpo di stato del 1976, la sua casa fu perquisita, rovistarono ovunque, anche nei soffitti e tra le pareti. Ma Carlos e un compagno di squadra riuscirono a scappare, mentre José e un altro ragazzino di soltanto 14 anni che erano con loro, furono uccisi. Ormai inseguito e braccato, Carlos abbandonò Cordoba e partì per Buenos Aires, dove conobbe la donna che sarebbe stata la sua unica fidanzata. Era una militante contro il regime militare, soprannominata “la nonna”. Pur nella clandestinità, ebbero momenti intensi e un giorno disse: “L’uomo diventa pazzo quando s’innamora”.
L’11 aprile del ‘77 Carlos partì per un secondo appuntamento, il primo era fallito, per mettersi in contatto con altri militanti. Coloro che erano vicino a lui cercarono di dissuaderlo, gli dissero di non andare, lo misero in guardia, ma la data era fissata e lui ci andò. Non fece mai più ritorno. A differenza di altri detenuti, lui non fu mai visto in nessun centro di detenzione illegale. Carlos sparì nel nulla. Svanito! 
Le autorità negarono che fosse stato catturato, alla mia famiglia dissero che non sapevano nulla, che non gli risultava nulla. Desaparecido! Mia madre, Lia, denunciò la scomparsa, chiese notizie a tutti: nessuna risposta. Nel ’91, mia madre si presentò al consolato d’Italia a Cordoba per costituirsi parte civile in un eventuale processo in Italia.
La dittatura ha cercato di cancellare 30 mila desaparecidos come Carlos, ha tentato di recidere ogni legame, ogni affetto. Ci ha provato, ma io, insieme a molti altri, siamo qui a testimoniare che non ci è riuscita. Così oggi condivo pubblicamente la sua storia e la mia storia. Così oggi Carlos smette di essere un desaparecido e torna a essere una persona. Egli è il figlio di mia madre, mio fratello, è il fratello dei miei fratelli e il fidanzato della sua fidanzata. Il ragazzo assente in tutti questi anni, ma sempre presente tra noi. E lo voglio ricordare alto, magro, con bellissimi occhi azzurri, con le sue piccole cicatrici causate dall’acne. Con i suoi capelli ricci e le lunghe gambe. Le dita da pianista benché non abbia mai toccato una tastiera. Carlos ha sempre 22 anni perché la dittatura gli ha impedito d’invecchiare”.

Silvina Berti
Professoressa e ricercatrice – Departamento Ciencias de la Comunicación – Universidad Nacional de Rio Cuarto, Argentina
Representante por la Universidad en la Comisión Municipalde la Memoriade la Ciudadde Rio Cuarto