Dobbiamo far sì che la permanenza o il ritorno nella propria comunità d’origine rappresenti un valore per i giovani delle zone rurali e delle periferie urbane, non il marchio di un fallimento. Se riuscissimo a fare questo, avremmo più possibilità di tornare ad essere un grande Paese, uno di quelli che trasforma ogni briciola della propria energia in forza, in valore aggiunto.

Lo so, non tutti sono d’accordo. Ma io la penso davvero così e vado a dirlo in giro da qualche mese e per convincere anche voi, vi racconterò una storia.

C’è una regione del Marocco che è più povera delle altre. È la terra che si distende a sudest di Marrakesh verso l’Algeria. Chilometri e chilometri di terra e rocce dai colori “impressionisti” che si fondono tutti assieme nelle dune presahariane. Pietre pietre pietre e poi sabbia. Non un segno di vita, neppure un arbusto secco.

Ogni tanto in questa terra bellissima e inospitale spuntano dei piccoli agglomerati urbani, mix di vecchi villaggi fortificati di paglia e fango e costruzioni più recenti. Uno di questi si chiama Tamegroute ed è famoso perché è sede di una delle più importanti e antiche biblioteche del nord Africa, risalente a diverse centinaia di anni fa. Qui d’estate la temperatura arriva 55 gradi e non si può vivere all’aperto. E, infatti, affianco alla biblioteca, che è una bellissima costruzione completata da una moschea e da una scuola coranica, c’è un antico villaggio, costruito proprio per ripararsi dal sole, dove vivono alcune migliaia di persone. Il villaggio è tutto coperto: le strade non vedono il cielo, le case non hanno finestre. È concepito per evitare il sole e il caldo e per procurarsi il fresco. C’è luce elettrica: piccole lampadine da pochi watt che fungono da illuminazione stradale o da interno. Le case sono povere, prive di arredi. C’è una fabbrica di ceramica e anche qui lavorano in piccole officine scavate nel terreno e nella roccia, per lo più buie e umide. Viene male alle ossa solo a guardarle e anche il cuore fa male quando si cammina in quelle viuzze buie. Mai visto tanto niente.

Eppure in questo niente buio e caldissimo c’è un programma governativo sostenuto dalle Nazioni Unite volto a incentivare le popolazioni locali a non abbandonare quella terra, affinché quella cultura e quei saperi, che per almeno un migliaio di anni hanno consentito alle persone di lì di essere e di avere, non andassero perduti, non scomparissero, ma continuassero a tramettersi generazione dopo generazione.

Cosa fa questo programma? Poche cose, ma essenziali: dota i luoghi come questo delle principali infrastrutture: strade, sistema di collegamento col resto del paese a mezzo autobus, luce elettrica, acqua, rete telefonica (il cellulare prende ovunque). E scuole. In ogni piccolo villaggio di quella regione del Marocco la costruzione più imponente, che si distingue da tutte le altre, è la scuola. Magari dotata di poche aule, che i bambini e i ragazzi debbono fare i turni. Ma è lì. E poi il governo favorisce dei modelli organizzativi comunitari. La fabbrica di ceramiche di Tamegroute, ad esempio, è una cooperativa a cui aderiscono tutti gli abitanti del villaggio e in cui ogni famiglia lavora. Quella fabbrica produce suppellettili per i turisti che arrivano fin lì, ma soprattutto produce le tegole verdi con cui si ricoprono almeno la metà dei tetti di tutte le moschee e di tutte le case “importanti” del Marocco. In tutto il paese ce ne è solo un’altra di fabbriche così, che per fare il verde usa la menta, mentre lì a Tamegroute si usa il manganese, perché la terrà è talmente arida che produce solo pietre. Caldo, buio, pietre, cooperazione, comunità, dignità, cultura.

Naturalmente mi piacerebbe che le persone di lì vivessero in condizioni migliori, anche se pare che a loro non faccia più di tanto effetto, pur vedendo il resto del mondo com’è e come vive (come ovunque in quella regione, i tetti delle case pullulano di parabole). Ma quello che mi colpisce è l’idea che ogni luogo abbia una cultura specifica, che nasce dalle condizione stesse del luogo e dalla terra e che questa cultura tanto “particolare” non solo non debba estinguersi, ma neppure debba indebolirsi, pur mescolandosi e dialogando con altre forme di cultura e con altri modelli. E a questa idea se ne mescola un’altra, quella per cui la forza dell’intero paese, la forza di tutto il Marocco è costituita dall’unione di tutte queste piccole culture particolari e specifiche. Ogni luogo è una risorsa, perché ogni luogo è utile e funzionale a tutti gli altri. Per questo il governo lavora per non far scappare le persone.

Questa circostanza mi colpisce ancora di più se la metto in relazione con quello che accade nel nostro paese, dove invece i ragazzi, in particolare quelli del sud, fuggono dalle loro terre d’origine, perché lì pensano di non avere opportunità alcuna. Restare è una condanna e se per caso si è andati via e dopo pochi anni si ritorna, allora non si è solo condannati, ma si è anche sfigati. Questo accade perché a differenza del Marocco da noi lo Stato non c’è. Perché è massimalista e non si accorge del particolare e del peculiare, ma lavora sul concetto di uniformità, come se essere un unico Stato significasse essere tutti la stessa cosa e non essere una grande comunità, ossia un insieme di identità differenti. Marmellata.

Tutto questo accade in un momento in cui il mondo va avanti grazie alle periferie, grazie al fatto che in certi posti che sembrano abbandonati da tutti gli dei improvvisamente si sviluppa qualcosa di nuovissimo, di mai visto prima, talvolta inconcepibile, fino a che non lo fanno lì, in quella periferia sperduta.

Qui invece no. Inseguiamo ancora il grande modello ottocentesco della metropoli fagocitante che svuota le campagne e sostituisce le stalle con capannoni industriali e villette due piani, neppure tanto ordinate come nei film americani.

Invece di valorizzare le nostre periferie urbane e rurali, invece di metterle in condizione di essere produttive, le rendiamo invivibili e invisibili.

Questo non rendersi conto della forza e della potenza inespresse dei territori e delle periferie, più di ogni altra cosa, è il sintomo della nostra arretratezza, della nostra estraneità al presente