L’uomo della sorpresa elettorale in Israele – Yair Lapid, il ‘candidato’, come lo chiamano gli uomini del suo staff – arriva dopo mezzanotte per il suo primo discorso da ‘vincitore’. Vuole dettare le sue condizioni alla destra di Benyamin Netanyahu, ma anche festeggiare con una folla in delirio. “Yesh Atid, banu leshanot” è lo slogan urlato, cantato, scandito dai sostenitori, al ritmo di un frenetico battito di mani: “C’è un futuro, siamo venuti per cambiare”, ripete sempre più forte fino a far rimbombare Beit Sokolov, la Casa dei giornalisti, nel cuore di Tel Aviv, trasformata nel quartier generale dell’emergente leader centrista.

Lui, Yair ‘il bello’, vestito di scuro, cravatta in tono, capelli brizzolati, corpo atletico e viso alla George Clooney, emana essenza di successo da tutti i pori. Sale sul piccolo podio messo al centro del palco, fa una piccola pausa calcolata, nel silenzio che è calato, e sorridendo riecheggia la platea: “C’è un futuro, siamo venuti per cambiare”. La gente – la sua gente di Tel Aviv, dove è stato il più votato – esplode di nuovo gridando il suo nome, tra i flash dei fotografi e il ronzio delle telecamere dei giornalisti accorsi in forze. Il vero e proprio outsider del voto di ieri, dall’alto dei suoi inaspettati, e determinanti, 20 seggi, comincia poi il suo intervento ‘programmatico’: un eloquio pacato, colloquiale, ma che non per questo vuole apparire meno determinato. “Non siederemo in un governo – taglia corto – che una volta ancora cercasse, con vari pretesti e con considerazioni solo politiche, di impoverire il nostro obbligo con il futuro e anche con il presente”.

Un discorso diretto, senza giri di parole: è anche per questo che molti – borghesia laica, donne e giovani non osservanti soprattutto – l’hanno votato. Un patto con la ‘gente comune’ che ricorda ad alcuni un approccio alla Kennedy o se si vuole, per età, alla Tony Blair degli albori. I temi – ma senza il richiamo a ricette ‘ideologiche’ – sono quelli sociali: il costo elevato delle case, i prezzi dei servizi, l’impoverimento di una fascia di popolazione che – come ha detto ieri un suo elettore, “tiene in piedi Israele”. Lapid non glissa tuttavia neppure su alcuni dei temi politici più scottanti (e potenzialmente laceranti per la società israeliana): come quello della leva per tutti, religiosi ortodossi compresi che potranno optare per il servizio civile. “Ognuno – afferma con decisione, cavalcando la fama di bestia nera degli zeloti e dei loro rabbini – deve servire lo Stato”. E ‘il suo popolo’ si è esalta: il tema è di quelli sentiti per l’israeliano medio, dopo il fallimento di un progetto di riforma sfociato nei mesi scorsi nello sfaldamento di un’effimera maggioranza tra il Likud di Netanyahu e i centristi dell’ormai defunto Kadima; e il movimento di Lapid ne ha fatto per mesi un efficace cavallo di battaglia.

Durante la campagna elettorale, l’achorman tv prestato alla politica ha avvertito del resto che, pur essendo disposto in teoria a entrare in un governo di coalizione con Netanyahu, non sarà disposto a “fare la foglia di fico a un esecutivo dominato dalla destra e dai religiosi”. Lo ripete ora ai suoi elettori e alcuni interpretano queste parole come una precondizione in più in vista delle consultazioni: un modo per dire che Lapid non intende far parte parte di un governo nel quale non ci sia almeno un altro partito di centro o di centro-sinistra, quello di Tizpi Livni, per esempio, e magari anche i Laburisti di Shelly Yachimovich. Anche sul fronte delle trattative con i palestinesi, la linea del vecchio governo Netanyahu (con lo stallo che ha determinato) non sembra andare affatto a genio all’’uomo nuovo’: “Non dobbiamo perdere – argomenta – la maggioranza ebraica dello Stato di Israele. E senza un accordo con i palestinesi, l’identità sionista d’Israele è in pericolo”. Sotto il palco le bandiere israeliane – con gli stessi colori, bianco-azzurro, del suo partito – riprendono a sventolare, innalzate dai fan. E rispunta anche qualche vessillo arcobaleno della pace. Lapid scende e si concede all’abbraccio della folla: da oggi comincia la politica vera del nuovo ‘ago della bilancia’.