Nel programma elettorale nel Pdl e della Lega non ci sono riferimenti al conflitto d’interessi e alla legge Gasparri, il perché mi pare ovvio. Bersani ha annunciato che il conflitto di interessi sarà uno dei primi provvedimenti che prenderà se uscirà dalle urne vincente. Il segretario del Pd ha preso un impegno, ma nel programma elettorale del partito non vi è traccia. Questo vale anche per Vendola. Il conflitto d’interessi è ben presente, invece, in quelli di Ingroia e di Giannino. Beppe Grillo ne ha fatto una priorità specificando che “se il controllo dell’informazione è concentrato in pochi attori, inevitabilmente si manifestano derive antidemocratiche”.

Mentre Bersani sul conflitto d’interessi, sulla legge di regolamentazione del sistema radiotelevisivo, deve confrontarsi con le responsabilità del passato di D’Alema, Violante e Prodi, Monti non ha nessuna attenuante. Il suo governo non ha mai preso in considerazione lo scandaloso dominio di Mediaset sul mercato a scapito delle altre tv. Con Passera allo Sviluppo economico, rispetto al suo predecessore Paolo Romani (fedelissimo di Arcore), è cambiato molto poco: Roberto Sambuco (di lui Bisignani in una delle tante intercettazioni sulla P4 disse: “fa tutto quello che gli dico”), è stato confermato alla direzione del Dipartimento delle Telecomunicazioni e addirittura come sottosegretario con la delega alle Telecomunicazioni è stato nominato Massimo Vari, uno che di digitale terrestre e di frequenze varie non si era mai occupato, ma è amico di Letta e di Confalonieri. Berlusconi lo avrebbe voluto alla presidenza dell’Agcom.

Lo scandaloso Beauty Contest Passera lo ha abolito ma le frequenze non sono mai state messe all’asta. Il Cavaliere quando decise di scendere in campo confidò a Enzo Biagi di essere costretto altrimenti sarebbe fallito. Non solo non è fallito ma dal 1994 ad oggi ha quadruplicato il capitale. In questi giorni la Consob sta indagando sull’andamento in borsa del titolo Mediaset, aumentato, dalla caduta di Monti, del 70% senza corrispondenza di crescita degli ascolti delle sue reti da giustificare sbalzi del titolo superiori al 7%. In poco più di 60 giorni le azioni sono passate da euro 1,116 a oltre 2. Questo si è verificato grazie alla risalita nei sondaggi del Pdl dovuta all’irrefrenabile presenzialismo di Berlusconi nelle tv che lo porterebbe, anche in caso di sconfitta, ad avere un peso rilevante nel prossimo Parlamento. Chi ha già vinto, al di là di come andranno le elezioni, è Arcore.

Il Fatto Quotidiano, 23 gennaio 2013