I secoli passano, l’ottimismo dei quotidiani con l’elmetto no. Per esempio, lunedì 21 Repubblica aveva  un servizio di Vincenzo Nigro, datato Kati (Mali) e sovrastato da un titolo perentorio: “Parte l’offensiva francese, i blindati verso Timbuctù. «Libereremo tutto il Mali»”. Una cartina del paese africano mostrava una freccia rossa che –zacchete!- partiva da Bamako e arrivava a Timbuctù come se i carri armati della Grande Armée fossero già alle porte della città.

Ora, noi poveri mortali che non siamo dentro alle faccende di alta strategia, e non ci fidiamo di Google Maps, ma ancora possediamo un atlante Zanichelli veniamo colti da un dubbio: Kati dove sta? Un’occhiata alla carta rivela che la cittadina da dove “parte l’offensiva” sta sulla strada per il Senegal, cioè esattamente dalla parte opposta rispetto alla direzione da prendere per conquistare Timbuctù e “liberare tutto il Mali”. A dire la verità, Nigro riferisce da buon cronista che “i francesi neppure si vedono” e che “la guerra sembra non esserci” (p. 17), poi però va a visitare il portavoce dei militari, il colonnello Dosseur, e il tono cambia: “La verità è questa: al Nord i blindati dell’operazione Serval stanno correndo velocissimi per tagliare le vie di fuga dei qaedisti, per impedire di far saltare ponti, per distruggere depositi di carburantee riprendere paesi e villaggi. I miliziani di Al Qaeda e di Ansar Eddine starebbero ripiegando verso Kidal, la città più settentrionale del territorio che avevano conquistato”.

Mi piace questo “tagliare le vie di fuga”: sembra un comunicato del maresciallo Zukov dopo la conclusione dell’accerchiamento delle truppe tedesche a Stalingrado, la battaglia decisiva della seconda guerra mondiale che si concluse esattamente 70 anni fa (il 2 febbraio 1943). Peccato che gli islamisti in ritirata non siano esattamente accerchiati  in una città ma piuttosto stiano tranquillamente scorazzando sui loro camioncini Toyota con tutto il Sahara aperto davanti a loro: il mio atlante Zanichelli, infatti, dice che tra Niono (la città dove sono arrivati i francesi, secondo il colonnello Dosseur) e Timbuctù ci sono circa 400 chilometri a volo d’uccello, parecchi di più sul terreno, scarsamente dotato di Autobahnen tedesche.

Può essere che i tuareg stiano ripiegando verso Kidal, ma allora la strada si fa ancora più lunga perché la cittadina di 17.000 abitanti sta a 800 chilometri(sempre in linea d’aria) da Niono, verso l’Algeria, e la sua regione misura 260.000 chilometri quadrati, cioè poco meno dell’Italia. In altre parole, Nigro scrive sulla situazione come qualcuno che stesse a Bolzano, e parlando di un corpo di spedizione basato a Bologna scrivesse “i blindati dell’operazione stanno correndo velocissimi per tagliare le vie di fuga del nemico, per impedire di far saltare ponti, per distruggere depositi di carburantee riprendere paesi e villaggi, contando di arrivare a Napoli in pochi giorni e di liberare Palermo in poche settimane”. Prima bisogna passare lo stretto di Messina, magari.

Quanto alla citazione del ministro della Difesa francese Le Drian, “Il fine dell’operazione è la completa riconquista del Mali. Non lasceremo sacche di resistenza”, forse a Repubblica avrebbe giovato un minimo di prudenza: per ora le forze governative di Bamako sono a Mopti e a Diabali, nel punto dove i confini del Mali formano una specie di strettoia fra la Mauritania a ovest e il Burkina Faso a est. A nord di questa linea immaginaria stanno le tre regioni controllate dai ribelli (Timbuctù, Gao e Kidal), che fanno insieme circa un milione di chilometri quadrati. Per “non lasciare sacche di resistenza” ci vuole altro che una forza di intervento di 2.500 uomini.

Sarà magari per i limiti autoimposti da Parigi che l’operazione è stata battezzata Serval, che è sì un felino del deserto ma assomiglia a un grosso micio piuttosto che a un leopardo o a una tigre.

Era un secolo fa, nell’inverno 1912 quando tale Francesco Lombardi inviava  al Giornale di Sicilia una corrispondenza dalla Libia intitolata “Come vincemmo” e poco dopo, il 31 gennaio, un altro articolo con un titolo più sobrio, “L’ultimo combattimento di Bengasi”. In marzo, dopo la sanguinosissima Battaglia delle Due palme, il titolo era ancora più prudente: “Sulla battaglia del 12 marzo”. In 100 anni la prudenza dei capiredattori nel fare i titoli, a quanto pare ha fatto parecchi passi indietro. (Nota: l’inviato Francesco Lombardi era in realtà il tenente Gino Tonello, mio nonno, che in prima linea c’era davvero).